Tre domande a… Gianluca Aranci

Tornano le Tre domande a… con un’intervista a Gianluca Aranci, ingegnere elettronico e progettista di schede per il controllo dell’avionica satellitare.

Nello scambio con Gianluca la sua affascinante dimensione professionale diventa una lente per leggere il presente e ragionare su di esso, in una riflessione che abbraccia lavoro, vita privata, politica e ricordo.

Grazie a Gianluca e buona lettura!


Tu lavori da decenni in un settore molto evoluto, come l’industria aerospaziale italiana, che non è la cenerentola nell’ambito di quella europea, essendosi guadagnata nei decenni un prestigio molto grande. Quando sei entrato in questo mondo eri un ragazzino, oggi sei quasi alle soglie della pensione, il periodo del tuo impegno coincide con l’arrivo e lo sviluppo della rivoluzione digitale. Tu eri nella pancia di questo cambiamento, soprattutto ti trovavi in un contesto, quello dello Spazio, che l’immaginario collettivo tende a vedere come il luogo di applicazione più affascinante dei processi informatici.
Ci piacerebbe sapere cosa è accaduto davvero sotto i tuoi occhi.

In effetti la mia esperienza professionale è un po’ particolare: finora non ho mai cambiato settore, azienda e nemmeno ambito all’interno dell’azienda stessa, occupandomi da sempre di progettazione e sviluppo di computer per satelliti. Ho iniziato come progettista delle schede digitali per i computer di bordo, fino a diventare responsabile della linea di prodotto. 

L’azienda nel frattempo ha cambiato nome, dimensioni e proprietà, evolvendo da media impresa privata (nacque a fine anni ‘50 come spin-off del dipartimento di Fisica Nucleare del Politecnico di Milano) fino a diventare parte di una delle due multinazionali europee dello spazio. 

In questo contesto in effetti ho visto evolvere il mondo della tecnologia da un osservatorio particolare. Sono sicuro che vi sorprenderete se dico che nel nostro settore lo sviluppo informatico non è stato forsennato come si potrebbe pensare e questo perché la prestazione non è il primo obiettivo nel mio settore; l’eccellenza viene cercata e spinta al massimo nell’affidabilità e nella qualità più che nelle performance. Per questo motivo i processori che usiamo non sono quelli che stanno nei nostri PC o tantomeno nei nostri smartphone, i quali sono centinaia di volte più performanti, ma che nello spazio non garantirebbero il funzionamento per più di qualche settimana. Sembra un paradosso ma non lo è: le missioni spaziali sono estremamente costose quindi non ci si può permettere che quanto mandiamo in orbita possa rompersi prima che gli obiettivi della missione stessa siano raggiunti, ovvero che la macchina lavori senza errori per il numero di anni richiesti dal cliente in un ambiente estremamente avverso. Quindi i nostri equipaggiamenti sono molto complessi per garantire, con un livello di probabilità elevatissimo, che nulla vada storto o, nel caso qualcosa non andasse nel verso giusto, che il sistema sia comunque autonomamente in grado di risolvere i suoi problemi.

Dopo questa lunga introduzione posso dire che, a differenza di quanto è successo nel mondo consumer laddove la forza del marketing ha innescato una corsa tra il software e l’hardware, nel mio settore prevale un “sano conservatorismo”: ciò che basta allo scopo e soprattutto che vanta una storia comprovata di uso nello spazio è quello che va bene. Non a caso il mio motto è: “il meglio è nemico del bene”, che i miei colleghi romani hanno declinato simpaticamente in slang trasteverino: “se funziona quanto bbasta, nun tocca’ sennò se gguasta!”. 

Se si considera che la gran parte dei fallimenti e delle catastrofi spaziali sono riconducibili a dei bachi nel software, si capisce come il software deve essere mantenuto il più semplice possibile e quindi la sua esecuzione non richiede delle macchine hardware particolarmente potenti. Pur tuttavia abbiamo comunque a disposizione processori via via più potenti, e questo viene sfruttato per minimizzare le masse, i volumi e i consumi energetici andando ad integrare le funzioni precedentemente eseguite da più processori in un unico processore più performante, in un processo evolutivo chiamato “miniaturizzazione”. Pesi, volumi e potenza sono essenziali per andare più economicamente nello spazio; la gran parte del costo di una missione spaziale sta nel lancio; lanciare satelliti meno pesanti e meno voluminosi comporta un immediato grande guadagno, permettendo di lanciare più satelliti con lo stesso lanciatore.

Ho visto invece un enorme progresso negli strumenti a nostra disposizione per progettare e sviluppare. Quando sono entrato in azienda, all’inizio degli anni ‘90, progettavamo con carta, matita e calcolatrice, oltre ad alcuni enormi manuali cartacei dove attingere qualche informazione tecnica. Scrivevamo a mano i documenti (nel nostro mondo la quantità di documentazione è incredibilmente enorme) che le segretarie battevano poi a macchina (e vi giuro che era un’impresa epica far mettere “in bella” documenti tecnici a delle ragazze che ignoravano totalmente le cose che dovevano dattilografare). I pochi computer a disposizione ci consentivano di simulare solo piccole parti dei circuiti che progettavamo. Gli scambi informativi con i clienti avvenivano per telefono; per le cose più importanti, di cui si doveva “tener traccia” per motivi contrattuali, si usava il fax. Tutto era manuale: archivi solo cartacei rendevano dispendioso ricercare cose fatte anche pochi mesi prima. Oggi questo è completamente cambiato: ogni progettista dispone di potenti workstation con le quali può simulare con dettaglio tutti gli aspetti del progetto prima di procedere alla realizzazione fisica. La documentazione viene redatta da ogni tecnico in autonomia e certamente con maggiore qualità. Gli scambi avvengono via mail (che purtroppo è ormai passato all’essere strumento “informativo” a strumento “protettivo”). L’uso della mail è talmente esploso che ha condizionato il modo di lavorare: molti di noi purtroppo si trovano a svolgere la propria attività in tempo reale solo sulla base delle mail ricevute, spesso inattese e impreviste. Infine, quasi tutti sono dotati di smartphone e PC portatile aziendale che rende reperibili ovunque e a qualsiasi ora.

Nel corso di una chiacchierata preparatoria a questo confronto, ci avevi fatto riflettere con un pensiero di cui è difficile ignorare l’attualità. “Siamo passati in trent’anni dal lottare e aspirare ad aver sempre più tempo libero al mondo attuale in cui ormai impera la foga del far vedere che si lavora più degli altri e senza più limiti.” Tu sai che questo sito e il suo nome, correre pensando, nascono dai dubbi che si accendono di fronte allo scenario che tu descrivi in modo così sintetico ed efficace, un’accelerazione parossistica che rischia di sostituire l’efficienza al pensiero. Questo è l’altro lato della digitalizzazione della realtà. Ti chiediamo se è possibile una conciliazione tra l’uomo, creatura tridimensionale, e questo universo che inclina verso la virtualizzazione.

Mi viene spontaneo riagganciarmi alla conclusione della risposta precedente. Email, smartphone, PC portatili ci incatenano ad una connessione perpetua. Influenzando proprio nell’intimo la modalità di lavoro. Tra i colleghi si scatena la gara a chi scrive email alle ore più improbabili e nei giorni di festività considerati una volta sacri (Ferragosto, Natale…). Oserei ridefinire la famosa locuzione di Cartesio: “Scrivo mail di lavoro alle 2 di notte di Ferragosto … ergo sum!!”

Come vi dicevo qualche settimana fa, ho visto ribaltarsi in trent’anni il mondo del lavoro. La mia azienda, quando entrai, era una media impresa milanese direi molto “sindacalizzata”. Gli stessi dirigenti e manager avevano un trascorso sessantottino e mantenevano simpatie di sinistra. Nei primi anni ’90, i rinnovi dei contratti metalmeccanici puntavano alla riduzione dell’orario di lavoro; più che gli aumenti salariali, in cima ai manifesti sindacali stava lo slogan: “lavoriamo meno = lavoriamo tutti”. Pensate che nella mia azienda si era arrivati alla riduzione di lavoro quotidiano; non si lavoravano le 8 ore canoniche al giorno, ma 7 ore e 45 minuti. In pratica ognuno disponeva di 15 minuti di tempo libero in più al giorno. Mi viene da ridere perché ricordo che quello dell’orario di lavoro ridotto fu uno dei motivi per cui scelsi quell’azienda (oltre che per l’attrazione di lavorare nell’ambito spaziale). Col passare degli anni, ho visto innescarsi il mood dell’“aumento della produttività e della competitività”. Bei termini… “produttività” e soprattutto “competitività”, che però, nella realtà dei fatti, sono stati tradotti nella mera realtà in: “lavorate di più!!”.

Oggi nessun giovane che entri nel mondo del lavoro si potrebbe permettere di pensare ad un orario di lavoro ridotto, tantomeno ipotizzare una lotta sindacale per aumentare il proprio tempo libero. Anzi, l’orario di lavoro non è un argomento di discussione né tantomeno di lotta; i grandi miti di riferimento sono, per esempio, la SpaceX di Elon Musk dove fanatici pionieri dello spazio lavorano continuativamente giorno e notte senza soluzione di continuità per raggiungere traguardi fantascientifici come portare l’uomo su Marte (oltre ad aumentare a dismisura il patrimonio di Musk, quello sì di certo “fantascientifico”). 

In realtà mi pare che si sia completamente e globalmente persa la cultura del tempo libero, dello sviluppo della propria anima, del fare qualcosa di diverso se non saltuariamente una volta ogni tanto.

Vedo ragazzi che studiano di notte o di domenica, insegnanti che gestiscono le faccende scolastiche nei dopocena, manager che convocano riunioni importanti in tarda serata per finire di notte, come se da queste riunioni dovessero uscire decisioni per la salvezza dell’universo. 

Io osservo e ne prendo atto, non sono nessuno per giudicare a priori questa deriva della nostra società. Io semplicemente non la condivido. Per quanto mi piaccia il mio lavoro, nella mia vita ci sono cose e valori cui tengo altrettanto e anche di più, a cui non voglio rinunciare: la famiglia, la fede, la cultura, lo sport, la montagna e, perché no, anche altri hobby meno “nobili”. A queste cose non rinuncio: quando esco dall’ufficio chiudo e mi dedico alle tante altre cose che mi interessano.

Non mi pare comunque solo un problema di lavorare di più ma anche di mischiare forzatamente in un gran frappè gli ambiti della propria vita, indisciplinatamente. Sono convinto che la disciplina permetta di vivere meglio (non a caso sono un ufficiale di Marina e nel contesto militare dell’Accademia Navale, che spesso rimpiango, ho sperimentato di persona tutti i vantaggi sostanziali della disciplina). La disciplina oggi è considerata un disvalore e conseguentemente siamo arrivati a vivere in un unico mix vita-lavoro-interessi sempre inter-connessi alla grande rete web mondiale dei social.

Nei primi mesi della pandemia (marzo/aprile 2020) ho vissuto un periodo alienante che mi ha ulteriormente dato conferma di quello che ho espresso prima. Lo smartworking imposto dalle contingenze mi ha parecchio disturbato mentalmente: non avere più tempi e luoghi definiti e differenziati è stato problematico. In diversi corsi, tenuti per i manager che si trovavano a gestire i propri team di collaboratori in smartworking remoto, gli psicologi che relazionavano sull’argomento più volte hanno trattato del “diritto alla disconnessione”, confermando che ci si trova davvero di fronte al grave pericolo di rimanere intrappolati in un sistema disumano e disumanizzante.

Chiuderei citando un passaggio di un’intervista a Papa Francesco. Mi sembra che Francesco riassuma, esprimendolo nella sua apparente semplicità, anche il mio pensiero: “Al giorno d’oggi si vive davvero con l’acceleratore premuto dalla mattina alla sera. Questo rovina la salute mentale, la salute spirituale e la salute fisica. E non è tutto: distrugge la famiglia e quindi la società. […] Non siamo macchine! Quando si vive la vita a una tale velocità si perdono i gesti di vera umanità: il marito dimentica il giorno in cui ha chiesto a sua moglie di sposarlo, i genitori dimenticano di accarezzare i figli, o i nonni; perché non c’è tempo per una carezza, non c’è tempo per la tenerezza, non c’è tempo per godere della vita che è così bella”. (Docu-film “Papa Francesco – Un Uomo di Parola” di Wim Wenders dal min.  42.50 al min. 44.40)

L’argomento in cui ci stai accompagnando ci fa sembrare le tre domande del nostro format decisamente insufficienti, l’ultima domanda potrebbe essere seguita da altre mille. Anche in questo caso partiamo da una tua riflessione, che ci è sembrata efficacissima e profonda. Parli di quando, da ragazzo, facevi parte del coro parrocchiale e, cantando la parte dei bassi dell’Alleluja di Haendel, perdevi la bellezza globale dell’opera. Concludevi che “stare dentro preclude la visione di insieme”.   Eppure, non sapremmo a chi domandare cosa possiamo aspettarci dallo Spazio per le nostre vite nei prossimi anni, oltre a quello che già ci offre, non parliamo solo dei satelliti per le telecomunicazioni ma alludiamo anche a quelle “finestre” sull’universo”, vicino e lontano, che sembrano aprirsi progressivamente.    

Ah sì verissimo, rifletto spesso su quella “sensazione” giovanile e la correlo con l’esperienza lavorativa. Ogni satellite è una macchina molto complessa, forse tra le macchine più complesse realizzate dagli uomini. Il satellite è fatto da tantissimi sotto-sistemi: la struttura meccanica, il controllo termico, la propulsione, gli strumenti che esplicano le funzioni peculiari della missione (i trasmettitori per i satelliti di telecomunicazione, gli apparati ottici o radar per i satelliti di telerilevamento e osservazione, strumenti scientifici per i satelliti dedicati alla ricerca astronomica o interplanetaria, eccetera), fino al sottosistema avionico che governa e gestisce il satellite, di cui io progetto e realizzo con il mio team il computer. Data la complessità, ogni specialista conosce esattamente quello che deve realizzare nel proprio ambito specifico ma necessariamente non conosce le altre componenti. Non sono contemplati i “tuttologi”: ognuno deve mantenersi focalizzato e competente nel proprio ambito, sviluppando la propria parte del progetto.

Estremizzando, non è necessario né utile per me conoscere lo scopo finale della missione e del satellite. Questo temo che demitizzi ai vostri occhi il mio lavoro, in un campo, quello spaziale, che suscita particolari curiosità nell’immaginario collettivo. Più volte mi sono trovato ad essere interpellato da amici, parenti e conoscenti su materie spaziali, sapendo che “ci lavoro”. È un po’ quello che mi state chiedendo: “cosa aspettarci dallo Spazio”? In realtà faccio abbastanza fatica a rispondere a questo tipo di domande, che sono molte lontane dalle mie competenze professionali. Sono un ingegnere e non un astronomo, né un astrofisico, né ho competenza dei dettagli delle missioni. Risponderei a questa domanda come un qualsiasi uomo della strada che abbia visto qualche documentario su Quark o letto l’ultimo articolo su Focus, quindi con umiltà preferisco non rispondere. Credo che il nostro tempo abbia bisogno di persone che diano risposte precise dall’alto di una competenza specifica e certificata, altrimenti continueremo ad avere politici che pontificano di virologia e virologi che disputano di politica, come vediamo da 14 mesi.

Vorrei chiudere con una riflessione che mi sorge spontanea e una considerazione.

La riflessione è che “il lavoro è sempre lavoro”. Per quanto il contesto e l’obiettivo finale complessivo siano affascinanti, complessi e sfidanti, il lavoro per l’ingegnere consiste in ultima istanza nel risolvere problemi, ovvero eliminare tutti gli ostacoli che si frappongono tra l’idea e la realizzazione di un oggetto complicato che deve funzionare. In altri termini, un po’ prosaici, mi piace dire che “il lavoro alla fine è sempre spalare me…lma”. 

La considerazione con cui chiudo veramente, forse è più una confessione. Da trenta anni sono “dentro” questo ambiente e vi rivelo che anche qui ho dovuto purtroppo constatare come la meschinità umana si annidi ovunque. Vi posso dire che molti di quelli che appaiono sui media come grandi esperti o eccelsi scienziati e professori spaziali sono poco più che bravi chiacchieroni. Della serie “non è tutto oro quel che luccica”. I successi spaziali sono il frutto di migliaia di seri professionisti estremamente specializzati nei settori specifici che lavorano nell’ombra, non solo e tanto per la gloria spaziale, ma perché credono nel valore intrinseco del loro lavoro. E con i piedi ben piantati per terra.  Per questo vi lascio raccomandandovi un bellissimo film: “Il Diritto di Contare”.


Gianluca Aranci

Sono nato allo scadere del periodo dei “baby boomer”, in epoca analogica predigitale; fin da bambino sono stato fortemente attratto dalla tecnologia e dalla tecnica. Dopo il Liceo Classico, cui ringrazio di aver formato in me quelle basi umanistiche il cui valore è assolutamente imparagonabile a tutte le altre cose studiate nel resto della mia vita, ho dato seguito senza indugi alle intenzioni che avevo per la mia professione, iscrivendomi a ingegneria nei tempi in cui ancora l’ingegnere era ingegnere e solo in seconda istanza si caratterizzava in una branca più specifica. In dubbio tra ingegneria chimica o elettronica alla fine prevalse la seconda. Al Politecnico di Milano sono stato tra i primi a seguire il nuovo indirizzo di elettronica digitale. Mi sono laureato ventiquattrenne a pieni voti, tra i pochi a conseguire il titolo entro il quinto anno di iscrizione: il mio obiettivo era non perdere tempo.

Alla laurea è seguita una bella esperienza in Marina Militare, con un periodo formativo all’Accademia Navale e poi ricoprendo per un anno il ruolo di ufficiale tecnico elettronico. Ringrazio ancora la Marina Militare per quell’esperienza umana e professionale.

Al termine del servizio militare, tra decine di proposte lavorative, scelsi con grande entusiasmo di farmi assumere in Laben S.p.A., dinamica azienda milanese privata, che aveva da poco acquisito importanti commesse spaziali, in particolare per la fornitura di equipaggiamenti elettronici per il satellite italiano astronomico a raggi X SAX e per la costellazione di satelliti europei CLUSTER, dedicati allo studio tridimensionale del campo magnetico terrestre. Iniziai come progettista di schede digitali per il computer avionico e da allora non ho mai cambiato ambito. Ho seguito, dapprima come progettista e poi come responsabile del reparto di sistemistica e capo della linea di prodotto On-Board Computer nella Joint Venture franco-italiana, lo sviluppo di decine di computer di bordo per diversissime applicazioni spaziali, operanti nelle orbite più disparate e per vari clienti internazionali. Nello Spazio ci sono più di cento satelliti governati da computer da me ideati e sviluppati insieme con eccezionali colleghi e collaboratori, computer che hanno complessivamente accumulato secoli di funzionamento senza guasti.

Ma nella vita coltivo valori e interessi che superano anche quelli lavorativi: in primis la famiglia con tre figli avviati in ambiti professionali molto diversi da quelli paterni; poi l’impegno nell’associazionismo cattolico, la pratica sportiva podistica e dello sci alpino, l’escursionismo in particolare di montagna, la musica (riprodotta da apparati hi-fi di qualità rigorosamente italiani), il cinema e, ultima, la tardiva passione da tifoso per la pallavolo, che trovo uno sport estremamente “ingegneristico”.  

Foto NASA, via Unsplash

Pubblicato da Luciano Barrilà

Psicologo, socio di Pares.

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