I Nativi Digitali

Già nel titolo del suo celebre articolo “Digital natives, digital immigrants” (2001), Mark Prensky presenta le due espressioni di cui difficilmente avrebbe potuto immaginare la fortuna, nativi digitali e immigrati digitali.

Con la prima, nativi digitali, ormai di uso e abuso comune, Prensky si riferisce a bambini e ragazzi nati a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta, la cui caratteristica comune è quella di aver vissuto dalla nascita immersi nel magma delle tecnologie digitali.
Trattandosi di una caratteristica ambientale, dunque estremamente variabile a seconda del luogo cui ci riferiamo e della conseguente diversa diffusione tecnologica, è necessario notare che un ragazzo nato a fine anni Ottanta negli Stati Uniti potrebbe far parte della categoria mentre potrebbe non farne parte un coetaneo nato in Italia. Allo stesso modo, considerata la modalità a macchia di leopardo con cui si sono diffusi questi strumenti in aree diverse degli stessi paesi, è possibile che due ragazzi nati rispettivamente in città e in campagna non abbiano lo stesso grado di appartenenza al gruppo.

Per contrasto, immigrati digitali sono le persone nate prima di quell’incerto spartiacque, accomunate dall’aver vissuto l’arrivo delle tecnologie nella posizione di osservatori consapevoli, con la possibilità di indicare un prima e un dopo la loro implementazione. Per i nativi digitali tale possibilità non esiste giacché per loro le tecnologie sono sempre esistite come parte “naturale” dell’ambiente.

Nel suo scritto Prensky si spinge ancora oltre, sottolineando come il cambiamento avvenuto abbia tutte le caratteristiche per configurarsi come una vera e propria discontinuità, e non come una semplice evoluzione avvenuta per accumulo incrementale di competenze, modalità di pensiero e di azione da una generazione all’altra.
L’affermazione è impegnativa, e porta come conseguenza naturale il fatto che questa nuova specie avrebbe modalità di elaborazione delle informazioni strutturalmente diverse da quelle dei loro predecessori. Più nello specifico, i nativi digitali sarebbero abituati a gestire flussi rapidissimi di informazioni e a elaborare molteplici stimoli in maniera parallela, mettendo in pratica consuetudini comportamentali che li portano a privilegiare, in ogni situazione in cui è possibile scegliere, l’opzione digitale. L’autore, a mo’ di esempio, mette a confronto chi in un ufficio stampa le mail con chi si trova perfettamente a suo agio a consultarle su schermo.

Rinvio ad un altro momento la discussione approfondita riguardo l’esistenza o meno dei nativi digitali come singolarità evolutiva o novità antropologica, due termini forti che, come sostiene anche Paolo Ferri, indicherebbero nei nativi digitali una novità assoluta per la specie umana, frutto di un’evoluzione che l’arrivo delle tecnologie digitali ha portato su un binario non raggiungibile tramite la semplice somma di esperienze che ogni generazione trasmette alla successiva. Per adesso mi limito a considerare che le ricerche sul tema sono numerose e i risultati controversi, ma forse ciò dipende dal fatto che il tempo trascorso è ancora troppo breve per corroborare l’una o l’altra tesi. Solitamente l’evoluzione si muove su una scala temporale più rilassata, e forse i nativi digitali sono semplicemente persone come tutte le altre con l’unico vantaggio di aver goduto delle tecnologie digitali nel periodo più fondamentale per la formazione della loro personalità e della loro mente. Ma questo è accaduto anche alla generazione precedente con la televisione, e quindi mi viene più facile immaginare che, banalmente, ognuno sia nativo della propria epoca e delle tecnicalità che la caratterizzano, senza dover immaginare fondamentali differenze antropologiche, psicologiche o addirittura neuronali fra chi è nato prima o dopo gli anni Ottanta.

2 pensieri su “I Nativi Digitali

  1. Nonostante fosse solo l’inizio degli anni ’80 quando, nel minuscolo paesino di collina in cui sono nato e cresciuto, è apparso uno dei famigerati commodor 64. Ritengo tuttavia più opportuno, per la nostra penisola, collocare lo spartiacque menzionato intorno alla metà degli anni novanta, con una rapidissima escalation che ci ha accompagnato fino all’inizio del millennio in cui ci troviamo a vivere. Occupandomi di informatica per motivi professionali fin dal 1995, ho potuto constatare una vera e propria rivoluzione semantica nella commissione dei lavori solo a partire dall’inizio del 2000, periodo in cui, anche per sistemi informatici cosiddetti “mission critical” (piattaforme di gestione di servizi bancari ed assicurativi), si affermavano le tecnologie che avrebbero dato vita ai moderni cloud. Scusate per la digressione di carattere storico-professionale ma mi è sembrato interessante condividere la mia esperienza sul punto. Tornando all’argomento principale del post, considerato che sono in grado di realizzare gran parte delle applicazioni che ormai quotidianamente utilizziamo, che mi sento perfettamente a mio agio nella fruizione di tutti i media, nonostante il lavoro che svolgo sia quello di un professionista del settore, sostanzialmente non ho mai usato un computer prima del 1994, periodo in cui, frequentando il politecnico di Torino, sono stato letteralmente costretto a studiare “fondamenti di informatica” per concludere il corso di laurea in ingegneria. Ammetto che i “nativi” possiedono, talvolta in modo del tutto inconsapevole, una manualità ed un’abitudine nell’uso delle tecnologie di gran lunga superiori alle mie modeste doti. Ciononostante, per quanto anche i processi evolutivi siano ormai destinati a svolgersi in tempi ridotti rispetto al passato, ritengo, in accordo con quanto esposto nel post, che tale “superiorità” sia mera destrezza e che essa non dipenda da un vero e proprio processo evolutivo, bensì da lunghe quanto estenuanti ore di esercizio. Constatato il rossore delle guance e l’accaldamento in cui versa mio figlio Elio, con un modesto 3DS, mentre scrivo questo commento, mi trovo insomma nella difficile posizione di chi, pur avendo una discreta competenza in materia, trova grosse difficoltà nel coniugare la funzione di educatore “consapevole” con quella di inconsapevole fruitore di un bambino di soli 5 anni.

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