Facebook minaccia di lasciare l’Europa? Cosa c’è di vero e quali scenari si aprono.

Per dirla con Mark Twain, la notizia per cui Facebook avrebbe minacciato di chiudere i suoi servizi nel vecchio continente è certamente un’esagerazione. Eppure, vale la pena dare un’occhiata al report integrale consegnato alla SEC, in cui Meta (il nuovo nome dell’azienda di Mark Zuckerberg) sottolinea come l’assenza di cambiamenti nella normativa che regola il trasferimento di dati tra Europa e Stati Uniti potrebbe compromettere la sua capacità di offrire servizi da questa parte dell’Atlantico.

La dichiarazione si inserisce nella dialettica, a più riprese aspra, che l’Europa sta da qualche anno intrattenendo con i colossi tecnologici nel complicato tentativo di trovare un equilibrio tra gli interessi delle due parti. Non ci sarebbe nulla di nuovo, in fondo parliamo di una normale tensione fra regolatori e regolati, non fosse che le dimensioni degli attori in gioco non ha più nulla di normale.

Per aiutarci a capire meglio di cosa stiamo parlando, e quale sia lo scenario futuro che i legislatori si apprestano ad affrontare, ci spostiamo da Menlo Park, sede di Meta, a Redmond, dove poche settimane fa Microsoft ha inaugurato il 2022 acquistando il colosso dei videogiochi Activision-Blizzard per una cifra che, in Euro, si aggira intorno ai 61 miliardi e mezzo. Si tratta di un importo intuitivamente enorme, ma per comprenderne l’effettiva entità basta affiancarlo alla dotazione complessiva del PNRR, che ammonta a 191,5 miliardi. Per trovare un termine ancora più vicino possiamo guardare alla missione più corposa del Piano, quella che riguarda Rivoluzione verde e transizione ecologica, che potrà contare su 59 miliardi e mezzo.

Meta, insieme a Microsoft, Apple, Google e Amazon, ha ormai da tempo abbandonato il campionato in cui giocano le aziende tecnologiche di tutto il mondo andando a creare e occupare uno spazio di cui i legislatori si troveranno sempre più spesso a cercare di definire il perimetro, quello delle multinazionali con una disponibilità economica quasi da stato indipendente.
Non solo, il punto forse più delicato riguarda il livello di diffusione raggiunto dai prodotti e dai servizi da queste offerti, cui sarebbe possibile rinunciare solo immaginando cambiamenti profondissimi nel modo in cui facciamo quasi ogni cosa. Insomma, per farla breve, prodotti e servizi irrinunciabili.

Non si tratta solo di privare il mezzo miliardo di cittadini europei dell’accesso a WhatsApp, cui le alternative non mancano, ma anche di immaginare un commercio continentale improvvisamente senza più Facebook e Instagram a disposizione, due strumenti incardinati nelle strategie comunicative e di analisi del mercato di più o meno qualunque azienda possa venirvi in mente, grande, piccola o piccolissima che sia.
Allo stesso tempo è complicato immaginare che Meta e le sue sorelle possano guardare con favore e interesse a uno scenario che chiude loro le porte di un mercato fatto da 500 milioni di persone che utilizzano i loro prodotti e che consegnano ogni giorno miliardi di dati da monetizzare.

Per questo la “minaccia” di Facebook mette in realtà in luce una situazione di stallo fra due entità che forse si piacciono poco ma che non possono più fare a meno una dell’altra e che dovranno, per questo, costruire una mediazione che soddisfi entrambe. Per aggiungere difficoltà a difficoltà, dovranno farlo in uno spazio di contrattazione che ha pochi precedenti e che determinerà il modo in cui gli stati (e quindi, a cascata, le persone) si relazioneranno ad aziende di queste dimensioni.

Non invidio chi deve legiferare su questi temi e che si trova a dover costruire per la realtà scenari frequentati fin qui solo dalla fantascienza.
Allo stesso tempo confesso di invidiarli moltissimo.

Immagine di Annie Spratt, via Unsplash

Pubblicato da Luciano Barrilà

👥 Psicologo | 🌱 Scrivo su correre pensando (.net)

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