Il disagio psicologico, l’ambiente e noi

Avviso spoiler: il post prende l’ispirazione dalla recente serie tv “Fondazione”, di cui contiene un’importante rivelazione. L’articolo non è dedicato alla serie, ma se per qualche motivo avete intenzione di vederla suggerisco di evitare la lettura fino al completamento della prima stagione.

Nella serie tv “Fondazione”, tratta dalla mastodontica opera di Isaac Asimov che ha definito le regole della fantascienza moderna, si racconta di un impero galattico retto da tre imperatori, uno giovane, uno adulto e uno anziano, ognuno clone dell’altro e tutti e tre cloni dell’imperatore originario. Un triumvirato che si rinnova identico per millenni, fino a quando uno dei cloni risulta non più identico agli altri. È daltonico e mancino, differenze che all’interno di un contesto narrativo in cui la forza dell’impero deriva anche dalla sua immutabilità sono sufficienti a condurre alla soppressione dello sfortunato clone.

Si tratta di uno spunto interessante e che dovrebbe orientare lo sguardo di chi si occupa di salute mentale, perché ci ricorda come il perimetro entro cui definiamo cosa è normale e cosa non lo è non è mai districabile dal contesto sociale e culturale di riferimento. La malattia mentale non sfugge a questo principio, tanto che i manuali diagnostici vengono periodicamente revisionati aggiustando di volta in volta i confini della patologia. Non deve quindi sorprendere che comportamenti ritenuti fino a uno o due decenni fa sintomi di malattia oggi non facciano scattare alcun allarme e che, al contrario, gli allarmi suonino in situazioni per cui sono sempre stati silenti.

Non ci sarebbe molto da segnalare, non fosse che il principio cui abbiamo accennato è rimasto sepolto da un’abitudine alla diagnosi che ha reso la cornice ambientale completamente trasparente e che ha fatto emergere come unico oggetto di attenzione l’individuo.

È un punto di vista con ripercussioni significative e su cui sarebbe urgente porsi domande, in un momento in cui il numero di studenti cui viene diagnosticata una disabilità (di qualunque tipo, anche fisica) è quasi triplicato negli ultimi trent’anni, passando dalle centomila diagnosi del 1990 alle quasi trecentomila di oggi (lo riporta L’Essenziale, in un articolo del 20 novembre 2021). La questione non riguarda solo le persone più giovani, ma coinvolge naturalmente anche le centinaia di migliaia di adulti che si rivolgono a professionisti della salute mentale, in cerca di nomi per i loro malesseri spesso di natura contingente e contestuale.

In questo meccanismo, rassicurante anche per chi la diagnosi la riceve, resta quindi un grande assente: l’ambiente, il sistema economico, sociale, lavorativo e relazionale in cui siamo immersi, un liquido in cui si sviluppano le nostre esistenze, che produce dosi di malessere crescenti che scarica sulle persone e su cui continuiamo, risoluti, a non porci alcuna domanda.

Foto di pine watt, via Unsplash

Pubblicato da Luciano Barrilà

Psicologo, socio di Pares.

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