Bambini, digitale e populismo pedagogico

Siamo stati chiamati a portare il nostro contributo all’interno di un progetto che prevedeva di incontrare una cinquantina di ragazzi e ragazze di circa 12 anni. Abbiamo visto la metà di loro nei giorni scorsi, incontreremo l’altra metà la prossima settimana. Il tema del progetto, “Leggere – osservare: nuovi occhi per tenere vive vecchie emozioni”, si prestava a coinvolgere gli studenti in una conversazione focalizzata sia sulla possibilità di “aumentare” la capacità di osservare la realtà tridimensionale, sia sull’utilizzo critico del filtro digitale.

Dopo un’introduzione di Domenico, incentrata sull’osservazione come mezzo per accedere ad una realtà più vasta e non scontata, Luciano si è soffermato su possibili criticità e paradossi percettivi nascosti nell’interazione col mondo quando è mediata dalla “finestra” digitale. Alla fine della sua breve esposizione ha chiesto a chi era presente cosa ne pensasse delle affermazioni di chi consiglia di vietare l’uso degli strumenti digitali fino all’età di 14 anni. Inutile dire che i ragazzi e le ragazze hanno rifiutato con decisione questa posizione drastica, ritenendola immotivata e poco rispettosa del loro senso di responsabilità. Il dibattito che ne è seguito è stato incredibilmente ricco di posizioni mature, argomentate, persino raffinate, da parte dei ragazzi stessi, di gran lunga più avanti di chi li immagina come una riserva da proteggere attraverso imposizioni e divieti.

Per noi non è stata una sorpresa, avendo negli anni mantenuto una posizione ragionata, che muove dalla certezza che la questione sia quasi per intero educativa e solo per qualche, sia pure importante, frammento tecnologica e legislativa. Proprio questi ragazzi e queste ragazze ne sono la prova: ci siamo trovati di fronte persone giovanissime, eppure consapevoli dei limiti e dei pericoli, individuati e indicati da loro stesse, disponibili ad accettare il primato della realtà tridimensionale come più confacente allo sviluppo della loro “umanità”.
La stessa consapevolezza, quanto a uso responsabile degli oggetti digitali e dei social network in particolare, non saremmo disposti a certificarla negli adulti, al punto che chi scrive, confortato dai ragazzi, riterrebbe forse più opportuno proibirli alle persone sopra i 40 anni.
Una proposta forse ironica ma, pensiamo, non priva di ragioni. 

Un problema educativo, dunque, assolutamente educativo, il fatto che il contenuto sia tecnologico non cambia la sostanza delle cose. Se un ragazzo procura disordini allo stadio, non si tratta di una questione sportiva ma di formazione personale. Se poi vogliamo illuderci che la colpa sia dello sport nessuno lo proibisce ma dobbiamo sapere in anticipo che difficilmente arriveremo a una efficace risoluzione del problema.
È una pericolosa illusione pensare di approcciare una questione educativa cambiandole ragione sociale, per questo le proposte che invocano il divieto di utilizzo sotto una certa soglia anagrafica rappresentano una forma di populismo applicato alla pedagogia, che cerca di compiacere genitori, insegnanti e tutte le altre figure educative ma induce gli stessi a scappare dal problema e, quello che è peggio, ad allontanarli da possibili soluzioni. Come tutte le proposte populiste anche questa si caratterizza per una efficacia apparentemente così chiara da farla sembrare la soluzione più ovvia, salvo poi arenarsi in una completa, ma naturalmente taciuta, irrealizzabilità. Non si tratta però di un problema, perché è proprio nella sua irrealizzabilità, che la sottrae all’impietosa messa alla prova della realtà, che ogni proposta populista trova la forza di affascinare.

Conosciamo gli effetti di oggetti e contenuti digitali sulla testa dei minori, persino sulle distorsioni che può generare l’abbandono completo della scrittura manuale, ma immaginare di togliere il telefonino sino alla fine delle scuole medie significa vivere sulla Luna. Finito l’effetto simpatia e venduta qualche copia il più il cerino tornerà, come sempre, nelle mani dei genitori e di chi, insieme a loro, si rapporta a ragazze e ragazzi. Affiancare e educare i più giovani all’uso consapevole degli oggetti digitali sono pietre miliari nell’unica strada possibile, non si può strappare il foglio in cui è scritto il problema, è meglio aprirlo e fare i calcoli corretti. Questo, però, comporta che gli adulti facciano gli adulti prendendosi i carichi che spettano loro invece di inventarsi, con la complicità di chi dovrebbe indirizzarli, soluzioni che somigliano tanto a ricette omeopatiche.

Foto di Bru-nO, via Pixabay

4 pensieri riguardo “Bambini, digitale e populismo pedagogico

  1. Complimenti per la bellissima e utile iniziativa. Sarebbe interessante avere accesso alle riflessioni dei giovani presenti per capire se ci fosse lo spazio per capire con loro quali sottili strategie stanno dietro ad APP, siti, portali,etc.

    Scoprire che dietro a queste tecnologie ci sono vecchie e nuove teorie come nel caso delle gabbie Skinner aiuterebbe giovani e meno giovani a prendere consapevolezza della potenza delle prime

    Combattere con la sola forza di volontà tempeste dopaminergiche scatenate dai Social o dai devices grazie ai recenti studi sulle neuroscienze è una partita persa a mio avviso.

    Volontà Vs Biochimica : 2 – 0 e palla al centro.

    Come uscirne non è facile ma provare ad introdursi dietro le quinte di questo gigantesco Truman show aiuterebbe a incrementare la consapevolezza di tutto ciò.

    Personalmente credo che spazi condivisi in presenza come i FABLAB creerebbero quella sinergia transgenerazionale, multisettoriale , multiculturale e di genere utile a toccare le pareti del set di Truman show… non risolve ma aiuta 😉

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  2. una diagnosi cristallina della natura dei populismi
    la conferma rasserenante delle potenzialità dei ragazzi
    il richiamo doveroso per gli adulti ai loro compiti e doveri [il calambour è voluto]

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