Se il disturbo psicologico è assente giustificato

La fiducia che le persone ripongono nelle informazioni scientifiche e l’utilizzo che di queste informazioni viene fatto rappresentano due dei temi scottanti del presente e, c’è da presumerlo, del futuro, prossimo e forse remoto. Basterebbe pensare alla schiera di esperti ancora convinti che l’attività umana non abbia avuto alcun effetto nel determinare i cambiamenti climatici. L’anno di pandemia, da questo punto di vista è stato l’apice di tale scollamento.

Tra le pieghe di queste premesse segnalo un argomento altrettanto importante, responsabile dell’erosione della fiducia da parte dei cittadini e del conseguente aumento della confusione, mi riferisco all’affidabilità delle ricerche scientifiche, in particolare della stessa psicologia.

Ormai da un anno, ogni giorno, tutti i giorni, viene ripetuto che l’arrivo di Covid-19 è stato un disastro per la nostra salute mentale, siamo diventati depressi, ansiosi, spaventati, non crediamo più nel futuro, i ragazzi e le ragazze hanno sofferto più di tutti, l’epidemia emotiva richiederà tempi lunghi per rientrare. Una litania da cui è facile lasciarsi convincere, d’altra parte è difficile pensare che durante l’ultimo anno qualcuno non abbia sperimentato almeno una volta legittime e assolutamente normali inquietudini per la situazione contingente.

La diffidenza è d’obbligo nei confronti di conclusioni tirate troppo in fretta, soprattutto quando si parla delle nostre caratteristiche psicologiche, che sono il frutto di un’evoluzione durata millenni e nei cui confronti un singolo anno appare come un moscerino in un campo da calcio. Lo pensavo quando, ormai sei anni fa, parlavo di nativi digitali (un’altra etichetta crollata sotto i colpi della realtà, ci torneremo presto), continuo a pensarlo oggi.

Per questo ho letto con un grande senso di sollievo l’intervista che Cristina Da Rold ha dedicato sulle pagine del Sole 24 ore ad Angelo Picardi, psichiatra e psicoterapeuta per l’Istituto superiore di sanità che ha svolto un lungo lavoro di meta-analisi della letteratura scientifica pubblicata dall’inizio della pandemia. Un lavoro serio e approfondito, le cui conclusioni sono riferite con parole pacate ma pesanti come pietre, che si trasformano in una dura reprimenda nei confronti della ricerca psicologica sugli impatti di Covid-19, accusata di essere in grande parte completamente priva di affidabilità.

“Solo alcuni studi mi sento di considerarli solidi e veritieri” sostiene Picardi “e da questi emerge che abbiamo vissuto uno stress acuto che ci ha reso più ansiosi e tristi, ma già a fine estate lo abbiamo superato in tutto o in gran parte, in termini di prevalenza di disturbi psichici.”

Un quadro molto diverso da quello che psicologi e psichiatri raccontano continuamente sui quotidiani, con la complicità, forse involontaria ma decisamente negativa, di buona parte della stampa. 

L’affidabilità della ricerca scientifica non è un argomento di lana caprina, e proprio questi ultimi mesi ci insegnano che, insieme al modo di comunicare con i cittadini, rappresenta una materia complessa e delicata, che può deformare la percezione delle persone, il loro umore, le loro prospettive interiori, l’atteggiamento verso la vita.

Mi rivolgo prima di tutto alla categoria di cui faccio parte. I problemi che il mondo deve affrontare sono spesso difficili, complicati, richiedono l’impegno di tutti gli otto miliardi scarsi di individui che abitano il pianeta. Se vogliamo che le persone si fidino di quello che come studiosi sosteniamo e regolino i loro comportamenti sulla base di questa fiducia, il minimo che possiamo fare è lavorare e comunicare in modo responsabile.

Foto di Dan Dimmock, via Unsplash

Pubblicato da Luciano Barrilà

Psicologo, socio di Pares.

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