La ricerca degli ingredienti che rendono un’organizzazione capace di rispondere alle situazioni di difficoltà e stress è uno di quei compiti che non si esauriscono mai. Nuove sfide richiedono spesso soluzioni originali, ma non sempre è necessario re-inventare la ruota. A volte può essere una buona idea guardarsi alle spalle e accorgersi che le preoccupazioni di oggi hanno una certa assonanza con quelle di ieri e possibili soluzioni si possono trovare nelle intuizioni di chi ci ha preceduto. Si tratta di punti di innesco per una riflessione che sappia cogliere nel passato gli elementi utili a sciogliere i nodi di oggi, rimaneggiando quelli che necessitano di essere aggiornati e scartando quelli che non hanno superato la prova del tempo.
Il percorso che segue si muove lungo l’ultimo secolo abbondante, tessendo un filo che lega il finire dell’Ottocento e le origini della psicologia psicodinamica alle dimensioni della salute organizzativa individuate nei primi anni Duemila.

I compiti della psicologia

Dal momento della sua nascita e per tutto il periodo che ha preceduto la Seconda guerra mondiale la psicologia ha basato la sua riflessione e la sua azione su tre importanti obiettivi:

  • curare i disturbi mentali
  • rendere le vite delle persone più appaganti
  • identificare e nutrire i talenti

Un programma tanto sintetico quanto ambizioso, una prospettiva dallo sguardo lungo che puntava ad abbracciare la vita delle persone in una maniera ampia, attenta certo ai momenti di difficoltà ma impegnata allo stesso tempo ad accompagnarle nella quotidianità, sviluppando punti di forza e predisposizioni personali per aiutarle a costruire una vita appagante e piena di senso.

Nel 1939 lo scoppio della Seconda guerra mondiale ha sconvolto il mondo intero compresa, nel suo piccolo, la psicologia, che si è trovata schiacciata tra due compiti di origine strettamente bellica. Da una parte la necessità di impiegare i nascenti test psicometrici per la selezione dei soldati da mandare al fronte, dall’altra la richiesta di occuparsi delle centinaia di migliaia di soldati che dal fronte tornavano con un carico di traumi fisici e psicologici oggi difficili quasi solo da immaginare. Due richieste figlie della realtà e difficili da eludere, che hanno finito per cancellare dall’orizzonte dell’intervento psicologico due dei tre obiettivi originari, spingendolo verso l’adesione ad un modello di funzionamento umano basato sulla malattia, concentrandolo sulla riparazione dei danni e facendogli dimenticare per strada l’attenzione per le individualità realizzate e le comunità floride.
Si è trattato di un tradimento non solo delle intenzioni originali della disciplina psicologica ma anche della definizione, rivoluzionaria oggi come allora, che l’Organizzazione Mondiale della Sanità scelse di dedicare nel 1946 al concetto di salute, vista come uno “stato completo di benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia”.

La Psicologia Positiva

Tuttavia le buone idee raramente scompaiono nel nulla, più spesso capita che si muovano per lunghi periodi sotto traccia, riemergendo quando la riflessione teorica e la pratica quotidiana sono pronte ad accoglierle. Succede così che nel 2000 i due psicologi Martin Seligman e Mihaly Csíkszentmihályi pubblichino l’articolo che sarà poi considerato l’atto fondativo della Psicologia Positiva e nel quale prendono una posizione molto netta rispetto agli ambiti di interesse della materia.

Il focus esclusivo sulla patologia che ha dominato la disciplina psicologica ha prodotto un modello di essere umano privo di caratteristiche positive che rendono la vita degna di essere vissuta.

Seligman, M. & Csíkszentmihályi, M. (2000), Positive Psychology: An Introduction. The American psychologist. 55. 5-14

Quella di Seligman e Csíkszentmihályi è un’affermazione dura, chiede alla psicologia di cambiare radicalmente pelle ma non è una rivoluzione che nasce dal nulla, anzi costruisce nuove prospettive appoggiandole su radici che affondano in profondità nella storia della disciplina e risalgono il XX secolo raccogliendo i contributi di chi nel corso della sua attività ha saputo adottare un’ottica che ne rispettasse i tre principi originari.
Ne è un esempio la figura di Aaron Antonovsky, che nel 1987 spiega con una metafora divenuta classica, quella del fiume, la differenza di senso che corre tra una prospettiva di cura, di prevenzione o di promozione.
Laddove la prima interviene nel momento dell’emergenza, traendo in salvo una persona che stia annegando tra le acque, la prevenzione agisce prima che la persona entri in acqua dotandola di salvagente. È però la promozione a compiere il salto più importante, insegnandole a nuotare molto prima che la persona incontri sulla sua strada la difficoltà rappresentata dal fiume.
Non si tratta semplicemente di cambiare il momento in cui si inserisce la fase dell’intervento rispetto allo sviluppo dell’evento problematico, quanto di un passaggio da una modalità di intervento reattiva rispetto a una difficoltà che si sta vivendo o che si prevede di vivere a una modalità di intervento proattiva, il cui obiettivo è quello di fornire alle persone competenze teoriche e pratiche adatte ad affrontare le possibili sfide future.

Alfred Adler e il lavoro come compito vitale

Dopo i tre obiettivi originari, la nascita della psicologia positiva e l’atteggiamento proattivo insito nel concetto di promozione il quarto e ultimo pilastro del nostro ragionamento compie un ulteriore passo indietro, a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento, periodo in cui vive e opera Alfred Adler (1870 – 1937), uno dei tre fondatori, gli altri sono Freud e Jung, della psicologia psicodinamica.
Adler non si è occupato direttamente di psicologia del lavoro né tantomeno di psicologia delle organizzazioni ma la sua teoria offre un punto di partenza importante rispetto a ciò che un’organizzazione deve fare per garantire a chi ne fa parte condizioni di benessere.

Per Adler il lavoro ha un ruolo fondamentale nell’esistenza, talmente importante che il medico viennese lo inserisce, insieme alla famiglia e alle relazioni sociali, all’interno del ristretto gruppo di quelli che definisce “compiti vitali”. Non si limita semplicemente a riconoscerne l’importanza per lo sviluppo pieno della persona ma fa un passo ulteriore, riflettendo sulla centralità del lavoro come situazione privilegiata per sviluppare due elementi apparentemente in contraddizione, la capacità di cooperare e la valorizzazione delle doti di ciascuno.

Le dimensioni della salute organizzativa

Arriviamo infine al 2005, anno in cui Avallone e Paplomatas definiscono le 14 dimensioni che caratterizzano uno stato di salute all’interno di un’organizzazione:

  1. presenza di un ambiente fisico confortevole
  2. chiarezza di obiettivi e mansioni
  3. presenza di procedure operative chiare e scorrevoli
  4. disponibilità di informazioni
  5. equità di trattamento dei dipendenti a tutti i livelli, non solo economico
  6. rispetto delle normative riguardanti igiene e sicurezza (elemento quantomai importante, in tempi di Covid)
  7. corretta distribuzione dei carichi di lavoro
  8. promozione di atteggiamenti orientati all’evitamento dei conflitti
  9. ascolto attivo
  10. monitoraggio dei fattori di stress
  11. percezione dell’utilità sociale del proprio lavoro
  12. propensione al cambiamento e all’innovazione
  13. valorizzazione delle competenze individuali
  14. presenza di relazioni interpersonali basate sulla cooperazione

Si tratta certo di un elenco cui gioverebbe quel lavoro di ammodernamento accennato, solo per citare una questione di contesto basti pensare che nel 2005 non esistevano gli smartphone per come li conosciamo e usiamo oggi ma, d’altra parte, si tratta anche di un elenco concreto, competente e di buon senso, ricco di spunti in cui risuona forte l’eco degli insegnamenti di Alfred Adler, che potrebbe aver scritto gli ultimi due punti, di una visione del benessere organizzativo che trascende la semplice “assenza di malattia” e la tensione verso un atteggiamento proattivo che sembra essere il più adatto a traghettare il mondo del lavoro nelle acque inquiete dei tempi incerti che stiamo vivendo.

Riferimenti bibliografici

Adler, A. (1997), Il senso della vita, Newton Compton

Antonovsky, A. (1987), Unraveling the mystery of health: How people manage stress and stay well. Jossey-Bass.

Avallone F., Paplomatas A. (2005), Salute organizzativa. Psicologia del benessere nei contesti lavorativi, Cortina.

Organizzazione Mondiale della Sanità (1946), Costituzione.

Seligman, M., Csíkszentmihályi, M. (2000), Positive Psychology: An Introduction. The American psychologist. 55. 5-14.

Pubblicato da Luciano Barrilà

Psicologo, socio di Pares.

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