Le immagini del camionista che si arrampica in cima al proprio mezzo e parla con l’aspirante suicida, che in un attimo si lascia trarre in salvo, suscitano ammirazione ma anche tanta curiosità. 

Ci si domanda cosa il primo possa avere detto al secondo per indurlo ad abbandonare, almeno per quel giorno, i suoi propositi.
Il filmato, purtroppo, non aiuta.

Si sentono i rumori del traffico, la ripresa è lontana. Si vede una sagoma scura appollaiata sul ciglio del cavalcavia, proprio sotto di lui è fermo un grosso mezzo. Un’altra sagoma, l’autista, parla con un paio di poliziotti, e di concerto decidono come procedere. Poi sale in cima al rimorchio, fino al tetto, si rivolge al ragazzo, che dopo un attimo lo raggiunge, gli mette un braccio intorno alle spalle e lo accompagna a terra.

I dieci secondi che intercorrono tra l’arrivo sul tetto dell’autista e il momento in cui il ragazzo si lascia abbracciare, contengono un file compresso, in quel tempuscolo sono successe un’infinità di cose, non tutte trasmissibili con delle semplici parole. 

Dopo 24 ore di ipotesi, la risposta è arrivata: “Gli ho chiesto se avesse bisogno di una mano per scendere, lui ha risposto di sì. Piangeva, non mi ha detto altro. Ho fatto quello che avrebbe fatto chiunque”. Quasi niente. Non lo ha supplicato perché scendesse, semplicemente gli ha chiesto se avesse bisogno di una mano per farlo, dando per scontato che non ci fossero dubbi in proposito. 

Sono propenso a credere che una figura specialistica si sarebbe persa nelle brume delle sue ipotesi, Gabriel, invece, si è posto meno domande facendo ciò che in realtà non avrebbero fatto tutti. È salito in cima al suo camion, scavalcando con quel gesto anche un rosario di pensieri, ponendo la domanda più problem-solver del mondo. Ti serve una mano per scendere? Emergenza risolta. Il resto sarà forse più complesso da affrontare, ma Gabriel ha consegnato al ragazzo e alla sua famiglia altro tempo. 

Ci è riuscito quasi senza parole, mostrando una sensibilità che noi “studiati” forse non attribuiremmo mai alla sua categoria. Ha guardato il ragazzo, gli ha fatto capire che l’aveva visto, che era preoccupato per lui. Non gli ha detto di scendere, si è mosso lui verso l’alto, gli ha chiesto se gli servisse una mano, di buttarsi, che l’avrebbe acchiappato lui, perché in quel momento non contava altro. Se vuoi scendere posso darti una mano. Poi l’ha abbracciato accompagnandolo giù. Cinque, sei parole, gesti essenziali, tanta presenza. Sono qui, vedo te, vedo il tuo problema, vengo vicino a te, se ti serve una mano, la mia è qui.

In Italia si contano circa 4000 suicidi l’anno (dati ISTAT 2017), più o meno uno ogni due ore. Alcuni anni fa ricordo di aver letto sui giornali di uno di questi casi, un ragazzo che si era tolto la vita svuotando alcune confezioni di farmaci. Prima di addormentarsi aveva fatto una decina di telefonate, tutte allo stesso numero, quello del suo psicologo. Nessuna di loro aveva trovato risposta.

Quello che la polizia e Gabriel hanno fatto è allora una lezione per me proprio come psicologo.

Quando penso al mio lavoro mi coglie l’impressione che, a causa di chissà quale strano e immotivato senso di inferiorità verso altre discipline, la psicologia cerchi costantemente di darsi un tono scientifico, ma nessuna patente di scientificità ci garantisce che comprenderemo chi è seduto davanti a noi. Manuali diagnostici impostati come le check list di un aereo, interviste strutturate, movimenti oculari, tutti strumenti utili, a condizione che non ci facciano dimenticare mai che il nostro è un lavoro che si basa prima di tutto sulla relazione. E che a volte chi si rivolge a noi avrebbe bisogno solo di sentire sei parole, quelle giuste, che esistono da millenni e precedono la psicologia. Buttati, puoi fidarti, ti acchiappo io.

Immagine di Ivan Bandura via Unsplash

Pubblicato da Luciano Barrilà

Psicologo. Sono socio di Pares, società cooperativa in cui mi dedico allo studio dell'innovazione sociale e dei rapporti in continua evoluzione tra esseri umani e tecnologie.

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