Il nuovo prezzemolo universale, l’intelligenza artificiale, sta bene su tutto, migliora il sapore, dona grinta anche ai piatti, pardon, ai prodotti, che non pensavamo avessero bisogno di applicazioni di intelligenza standard, figuriamoci di quella aumentata.

Poco importa che gli studi in materia siano ancora all’inizio, ancora meno importante è il fatto che manchi un vero accordo su cosa possa essere definita intelligenza artificiale.

Recentemente ho avuto modo di sfogliare Silicio, l’interessante autobiografia di Federico Faggin, inventore, tra le altre cose, dei moderni microprocessori e dei touchscreen, probabilmente una delle dieci menti più importanti del Novecento.

Cercando di rispondere alla domanda se i computer saranno mai in grado di pensare in maniera consapevole, come e meglio delle persone, Faggin offre una risposta che mi sento di sottoscrivere in pieno. Riassunta in poche parole, dice che questa cosa non accadrà mai perché il nostro pensiero è il frutto di un’elaborazione delle informazioni che riceviamo filtrate attraverso la lente delle nostre sensazioni, delle emozioni che suscitano e del modo in cui tutto questo viene mescolato in un risultato che è unico e specifico per ognuno di noi.

I computer mancano strutturalmente di tutto l’armamentario che riguarda sensazioni ed emozioni, per questo il loro pensiero, se così possiamo definirlo, non andrà mai oltre il tentativo di imitazione di quello umano. Un’approssimazione sempre meglio approssimata, ma sempre approssimazione.

Questo scenario da brodo primordiale non ha però impedito, e continua a non impedire, di utilizzare l’IA come potente leva del marketing generando un enorme fraintendimento sul significato che attribuiamo all’intelligenza stessa.

Questo video è comparso pochi giorni fa sulla pagina Facebook di notizie.it, me l’ha girato un conoscente.

Sorvolando sull’effetto globale, da televendita anni ’90, quello che sembra mancare in questo spot è proprio l’intelligenza.

È come se per notizie.it, e la cosa vale per chiunque oggi pubblicizzi prodotti potenziati dall’IA, il compito dell’intelligenza fosse quello di eliminare la complessità, far sparire opzioni non interessanti per noi, ridurre il mondo ad un rassicurante ambiente in cui tutto è sotto controllo e niente diverge rispetto ai nostri gusti o a ciò che pensiamo. Un Rasoio di Occam regolato male, che taglia troppo, anche la sostanza.

L’esatto contrario di quello che dovrebbe fare l’intelligenza, il cui scopo non è fornire risposte, ma aprire continuamente la mente a nuove domande, gestire la complessità eliminando sì il rumore di fondo ma senza mai nascondere opinioni, gusti e pensieri diversi dai nostri, frutto di intelligenze e sensibilità altre ma di pari dignità.

È vero che il mondo moderno, soprattutto quello dell’informazione, è un flusso continuo e sovrabbondante di stimoli impossibili da gestire, ma la necessaria ricerca di un ordine deve passare dall’integrazione delle diverse parti in causa, mai dall’eliminazione di una o più di esse.

Per questo spaventa l’entusiasmo verso il modello vincente di Netflix, Amazon e Spotify, perché le tre citate sono aziende il cui obiettivo è vendere prodotti e servizi, non quello di aumentare la consapevolezza dei lettori e renderli cittadini migliori fornendo loro notizie. Perché l’idea di un algoritmo che mostri, mano a mano che viene addestrato, scelte sempre più simili a quelle che abbiamo già fatto è terribilmente noiosa quando si applica a film, telefilm, canzoni o abbigliamento, ma diventa pericolosa quando la immaginiamo estesa alle informazioni che guidano la nostra conoscenza e da lì la nostra azione nel mondo.

Soprattutto nel momento storico che stiamo vivendo, l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è una intelligenza artificiale che si limiti a darci costantemente ragione, mostrandoci solo parti di realtà con cui siamo già d’accordo. Per questo ci sono già le mamme.

Immagine di Franki Chamaki via Unsplash

Pubblicato da Luciano Barrilà

Psicologo. Sono socio di Pares, società cooperativa in cui mi dedico allo studio dell'innovazione sociale e dei rapporti in continua evoluzione tra esseri umani e tecnologie.

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4 commenti

  1. Ciao Luciano, mi trovi d’accordo su questa linea.
    Credo che un uso poco consapevole dell’IA produrrà prevalentemente danni e, nella migliore delle ipotesi, proprio come la definisci, un’approssimazione meglio approssimata.
    Siamo solo all’inizi, ma credo che l’uso finale sarà diverso man mano che scopriremo di più sull’IA.
    Ciao!

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  2. caro Luciano, per motivi professionali ho iniziato a leggere un documento sulla AI elaborato da parte della “Academy of Royal Medical Colleges”. Mi scuso se scrivo prima di averne completato la lettura, ma sono rimasto colpito dalle “raccomandazioni” indicate alle prime pagine del testo. Premetto che la Accademia tiene un tono esplicitamente prudente e pragmatico – da buoni Inglesi [almeno quelli filosoficamente strutturati: pre-Brexit…]: ma mi ha colpito la affermazione che riporta ruoli e responsabilità dei medici verso la AI, senza nessuna reciprocità, invertendo l’ordine di priorità tra attore e strumento.

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    1. Grazie Mauro,
      vedere come le diverse categorie professionali si stiano muovendo nei confronti dell’intelligenza artificiale è molto interessante.
      Non c’è dubbio che i possibili cambiamenti siano tanti e potenzialmente rivoluzionari, il tema è come sempre chi governa il processo.
      Tienici aggiornati sulla lettura!

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