Un paio di notizie, che intrecciano in maniera più profonda di quanto non possa inizialmente sembrare il nostro rapporto con i social network.

Lunedì 11 febbraio 2019. Il Corriere della Sera intervista Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, che usa parole pesantissime, espressioni che solo in un paese ormai anestetizzato come il nostro possono passare con tanta leggerezza. Consiglio la lettura integrale dell’articolo, per i nostri scopi saranno però sufficienti i due passaggi seguenti.

Il primo. L’intervistatore chiede dei rapporti con l’esecutivo, Boccia, raccontando di alcune proposte fatte da Confindustria e di come il governo eviti di rispondere nel merito parla di “squadristi della rete”.

Domanda successiva. Viene chiesto un commento alla minaccia da parte del governo di far ritirare da Confindustria le aziende pubbliche. Boccia rincara la dose, citando (e raccontando in maniera circostanziata) “continue minacce”.

Si tratta di scelte lessicali potenti, che arrivano dal presidente di una delle associazioni di categoria meno barricadere che esistano, per altro dopo aver tentato a più riprese di seguire con l’esecutivo la strada, nella sua posizione comprensibile, dell’apertura di credito.

24 ore dopo, la seconda notizia. Il Consiglio d’Europa, organismo che si occupa della tutela dei diritti umani nel continente, pubblica un rapporto in cui dice chiaramente che da quando l’attuale governo si è insediato la libertà di stampa e la sicurezza dei giornalisti hanno subìto un calo preoccupante, tanto da rendere il 2018 un anno record per il numero di segnalazioni a riguardo, le stesse fatte registrare in Russia.

Per capire cosa c’entri la Rete con tutto questo, credo sia sufficiente fare un giro su Twitter o su Facebook per rendersene conto, si tocca con mano come questi strumenti e i loro utenti siano utilizzati sempre più come braccio armato da parte di politici manipolatori, che comandano a distanza follower che spesso hanno abbandonato ogni spirito critico e meccanismo di autocontrollo, scatenandoli contro la povera preda di turno. Giocare coi meccanismi dell’aggressività umana è pericoloso, i mestatori lo sanno bene e ci giocano sopra, perché si guadagnano cascate di consensi. 

Nulla sfugge agli squadristi della rete, politici, sindacalisti, giornalisti, imprenditori, docenti universitari, le detestate élite, certo, ma anche per uomini e donne comuni la vita è dura, se si osa dire o pensare parole diverse da quelle codificate nel magro vocabolario governativo. Soprattutto non deve sfuggire alcuna occasione di battaglia, perché il fuoco della rete è di quelli che bruciano a temperature altissime ma si spengono in fretta, dunque è necessario buttare continuamente benzina sul fuoco. Così anche la classifica di Sanremo diventa occasione per creare fazioni, con noi o contro di noi, in una polemica che se non fosse inquietante sarebbe semplicemente ridicola.

Si vedono persone solitamente ragionevoli piegarsi a queste logiche, asserendo di volersi opporre al precipitare delle cose, il fatto è che usano gli stessi strumenti che dicono di contestare, con l’aggravante che i distruttori li usano molto meglio di loro. Si giustificano ricordandoci che oggi il dibattito è lì, perché le persone sono lì, e dunque bisogna essere lì. Un modo come un altro per ingannarsi per conto proprio, ancora prima che lo faccia la rete.

Immagine di Christopher Burns via Unsplash

Pubblicato da Luciano Barrilà

Psicologo. Sono socio di Pares, società cooperativa in cui mi dedico allo studio dell'innovazione sociale e dei rapporti in continua evoluzione tra esseri umani e tecnologie.

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