Nei giorni in cui un avvenieristico hotel giapponese licenzia un centinaio di robot rivelatisi completamente (e comicamente) inadeguati ai compiti assegnati riporto, così com’è arrivata, la mail di un’amica.

Ciao Luciano,
devo raccontarti una cosa che mi è capitata oggi e che mi sembra molto a tema con il tuo blog.

Da qualche settimana ho deciso di cambiare banca. Una volta scelta quella che mi sembrava più corrispondente alle mie esigenze ho chiamato il numero verde e ho chiesto istruzioni su come procedere: la cosa migliore da fare è aprire il conto online, una procedura, dicono, rapida e facilissima.
Vado sul sito, sezione conto online, a quanto pare avrò bisogno solo della carta d’identità e del mio attuale IBAN.
Inserisco i miei dati, compresi mail e numero di cellulare, che devono essere verificati. L’SMS con il codice di verifica arriva subito, la mail non si vede.
Passano dieci minuti, me la faccio rimandare…non arriva.
Passano altri dieci minuti, arrivano finalmente le due email.
Insieme.
Nello spam.

Verificati i contatti passo alla schermata successiva, mi chiede la scansione della carta d’identità e del codice fiscale. Non ho lo scanner in casa (chi ce l’ha?), ma la piattaforma accetta anche file .JPG, quindi scatto le foto ai documenti e le carico.
ERRORE!
La dimensione delle immagini supera quella massima consentita.
Torno indietro, apro le immagini, ho lasciato un po’ di bordo intorno ai documenti, le ritaglio in modo che i margini non vadano oltre il necessario.
Ricarico le foto, sono DI NUOVO più grandi della dimensione consentita.
Devo ridurre la risoluzione, quindi scarico un programma gratuito di fotoritocco, lo installo, ridimensiono le immagini e le ricarico. Finalmente vanno bene.

Il sistema mi domanda se la mia residenza effettiva sia quella riportata sul documento caricato. No, non lo è, ho cambiato casa da un paio d’anni e la carta d’identità è stata rilasciata precedentemente. Devo caricare un documento che provi la mia residenza, ma fra quelli tra cui posso scegliere non ce n’è uno che io possieda. L’unico è la tessera elettorale, ma non ho mai ricevuto dal comune l’adesivo di aggiornamento.
Trovo un modulo per l’autocertificazione, scarico un programma per editare i PDF, compilo il modulo e devo firmarlo. Non ho un computer con schermo touch, allora firmo un pezzo di carta, fotografo la firma con il telefono, copio la foto sul computer, ritaglio la firma, la incollo sul PDF e lo carico a sistema.

Passaggio successivo, il modulo antiriciclaggio, devo rispondere a una serie di domande.
Sono una persona mediamente esperta, ma per tre quesiti devo fare una ricerca su internet per capire esattamente a cosa si riferiscano alcuni termini usati, mentre un’altra domanda mi chiede di calcolare il mio patrimonio netto, quindi recupero rogito della casa, importo del mutuo, giacenza del conto corrente, fattura dell’automobile, faccio un paio di conti e rispondo.
Sono pronta per procedere, clicco su “salva e invia” e…niente, non succede niente. Riprovo un paio di volte, con lo stesso risultato. Compare una schermata di caricamento che non porta a nulla.

A questo punto ho chiuso il computer, riproverò domani, forse avrò più fortuna.
Sono certa che alla fine riuscirò ad aprire il mio conto, ma solo questa sera ho perso un’ora e mezza e domani dovrò dedicarci altro tempo.
Soprattutto, mi domando cosa sarebbe successo se il conto l’avesse dovuto aprire mia mamma, o una qualunque altra, normalissima persona con qualche competenza informatica in meno rispetto a me.
Ma le tecnologie non avrebbero dovuto semplificarmi la vita?

Conclusa la lettura mi viene una sola domanda: le tecnologie semplificano la nostra vita o semplificano gli organici delle aziende da cui acquistiamo servizi spostando l’onere del lavoro sui clienti?
Tranquilli, non dovete rispondere veramente

Immagine di nikko macaspac via Unsplash

Pubblicato da Luciano Barrilà

Psicologo. Sono socio di Pares, società cooperativa in cui mi dedico allo studio dell'innovazione sociale e dei rapporti in continua evoluzione tra esseri umani e tecnologie.

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4 commenti

  1. nella intervista che ho avuto l’onore ed il piacere di concedere, ho espresso commenti sul ricorso “pericoloso” alla tecnologia nell’assistenza: perplessità che è ulteriormente cresciuta di fronte all’invito di adattare le pratiche sui pazienti alle sequenze operative del sistema … dopo avere per 37 anni seguito una precisa gerarchia, che mi è stata insegnata e che ho cercato di trasmettere a mia volta

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    1. Sono d’accordo, Mauro.
      Onestamente credo che il problema non sia l’inserimento delle tecnologie nei vari ambiti di lavoro, quanto piuttosto la scelta di farlo senza un ragionamento organizzativo precedente.
      Inserire le tecnologie in un processo lavorativo (ma la cosa vale allo stesso modo nei contesti scolastici) solo perché “si deve” è quanto di più controproducente si possa fare.

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  2. Ciao Luciano,
    Il racconto tragicomico e drammaticamente vero è un esempio ottimo di come uno sviluppo della tecnologia fine a se stessa non porti reali benefici: l’utente gode di un servizio peggiore, mentre chi ha promesso benefici e snellimento della burocrazia ha fallito.
    Ti faccio un esempio (potenzialmente) virtuoso: la robotica collaborativa, di cui mi occupo oggi.
    Lo scopo è rendere più efficienti i processi produttivi affiancando, è questa la parola chiave, a un operatore umano, un robot collaborativo: meno veloce dei fratelli automatici più grandi, ma più versatile. Il co-bot riduce gli sprechi e le inefficienze, ma non si lascia alla sola macchina l’intera filiera di produzione; le persone rimangono dunque le titolari di ruoli di più alto livello e suopervisionano le attività.
    Spero che questo paradigma si diffonda verso altre discipline, per una fruizione più efficiente dei servizi.

    Piace a 1 persona

    1. Hai ragione Mattia, le storture non devono farci dimenticare che stiamo parlando comunque di progresso e che gli esempi di una integrazione fruttuosa fra lavoro degli uomini e quello delle macchine sono tanti (oltre a quello che ci hai raccontato mi vengono in mente i robot comandati dai chirurghi che permettono di operare i pazienti aumentando la qualità degli interventi).

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