Pochi giorni fa Robert Habeck, co-presidente dei Verdi tedeschi, insieme alla collega Annalena Baerbock, ha chiuso alcuni suoi profili social spiegando le motivazioni in un post sul proprio sito dal titolo eloquente: Bye bye, Twitter und Facebook.

Nelle settimane precedenti era stato fra le vittime del furto e della divulgazione di dati che ha colpito molti politici tedeschi, evento che l’ha spinto a chiudere l’account Facebook. Ha invece spiegato il suo ritiro da Twitter con un’argomentazione diversa ma molto semplice: peggiora la qualità di ciò che dico e del modo in cui lo dico, rendendomi più aggressivo.

Non credo che la scelta di Habeck sia motivata solo dall’avere preso coscienza della carica di violenza che si nasconde tra gli apparentemente freddi e neutrali algoritmi del social da 280 caratteri, credo abbiano giocato un ruolo importante sia il furto di dati, che nel suo caso ha portato alla pubblicazione su diversi quotidiani tedeschi di conversazioni private con i familiari, sia alcuni scivoloni dell’interessato stesso, che aveva pubblicato dei tweet volgari e inutilmente aggressivi nonché elettoralmente controproducenti. Le due cose, è importante ricordarlo, non vanno necessariamente insieme, il solito Matteo Salvini è la dimostrazione che si può produrre una comunicazione social assai discutibile e remunerativa al contempo. Tuttavia, qui mi interessa discutere delle reazioni che la mossa del politico tedesco ha generato in patria, rappresentate piuttosto bene da un articolo comparso l’8 gennaio sulle pagine virtuali del Corriere della Sera, al cui interno troviamo due questioni che vorrei affrontare.

La prima riguarda la responsabilità di quanto accaduto, completamente attribuita a Habeck stesso. L’argomentazione è quella classica, ossia il mezzo è neutro dunque incolpevole, il problema sarebbe che l’esponente dei Verdi non ha le capacità per reggerne e gestirne saggiamente le caratteristiche. Non è chiarissimo il collegamento che il direttore di Die Welt, citato nell’articolo, sembra fare tra la capacità di governare un paese e quella di non farsi sopraffare da una piattaforma che sembra organizzata apposta per spremere il peggio dalle persone, ma evidentemente vede cose che a me risultano misteriose.

La seconda riguarda invece in maniera più ampia il tema della comunicazione politica e l’opportunità che un leader di partito possa decidere di svolgere la sua attività facendo a meno dei social network. A leggere il pezzo sul Corriere e le opinioni che riporta, pare sia impossibile.

Da tempo si dice che le difficoltà della nostra democrazia siano il frutto anche dello sgretolamento dei corpi intermedi. La vicenda tedesca mi fa domandare se esso non sia anche figlio di scelte comunicative che nascono dall’illusione che basti una tastiera per stare in mezzo alla gente.
Un equivoco che promuove i nostri populisti e quelli di tutto il mondo al rango di coloro che più di tutti capiscono le persone perché stanno in mezzo a loro usando massicciamente i social.

A leggere i pareri dei molti che si sono scagliati contro Habeck, giudicando la sua decisione una resa, una sconfitta o un disastroso autogol, sembra che l’essere presente sui social network sia una condizione ineludibile della persona che oggi voglia avere un ruolo pubblico. La tesi non mi convince.

Un politico, un partito e tutti gli altri “corpi intermedi” assumono legittimità solo se si collocano fra le persone comuni e la realtà multiproblematica in cui sono immerse in modo competente, cioè studiandosi i problemi, rendendoli intelligibili ai cittadini e portandoli a soluzione. Un ruolo troppo vasto e difficile, per essere compresso nei meccanismi di monetizzazione dei social network, impegnati nella missione opposta, quella di frammentare il nostro mondo, semplificarlo e chiuderci in bolle sempre più strette di opinioni coincidenti con le nostre.

Non si tratta di elitismo, ma di semplice buonsenso.
Per il modo in cui sono organizzati, per i meccanismi economici che ne sono alla base, Facebook e Twitter, prima di tutto strumenti di profitto, sono quanto di più deleterio possa esserci per una sana discussione intorno ai temi che riguardano la nostra vita insieme.

La buona notizia è che qualcuno si pone dei dubbi. La cattiva è che viene preso a sberle.

Immagine dal sito ufficiale di Robert Habeck

Pubblicato da Luciano Barrilà

Psicologo. Sono socio di Pares, società cooperativa in cui mi dedico allo studio dell'innovazione sociale e dei rapporti in continua evoluzione tra esseri umani e tecnologie.

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