Perché correre pensando, tre anni dopo

La scorsa settimana io e Domenico siamo stati impegnati in una serie di incontri divulgativi, in Abruzzo. Giorni intensi e interessanti, abbiamo incontrato sette diverse classi di scuola media, genitori e insegnanti, dialogando sugli effetti che le tecnologie stanno proiettando sulle nostre vite.
Per me è stata un’occasione per riflettere sul significato del progetto alla base di questo blog, che potete ritrovare nel post quasi omonimo dell’agosto 2015.

Due episodi si sono staccati dagli altri. Il primo riguarda un ragazzo di terza media, che nel mezzo del dibattito mi aveva chiesto se, secondo me, si vive meglio oggi o si viveva meglio quando io avevo la loro età. “Oggi si vive  molto meglio di quando io avevo la tua età”, avevo risposto senza esitazione, scatenando un applauso fragoroso, di liberazione collettiva da un pensiero e una tensione taciuti.

Il secondo episodio, la sera stessa, alla fine della presentazione del nuovo libro di Domenico, I Superconnessi. Un genitore presente raccontava della conversazione avuta con il figlio che, mentre era impegnato a videogiocare, gli aveva chiesto di non andare alla conferenza, di rimanere a casa con lui, perché “Se vai a sentire lo psicologo, poi quando torni non mi fai più giocare con la PlayStation!

La furbizia di questo bambino, che ha scatenato le risate dell’uditorio, ci svela quale peso sia stato liberato dall’applauso di prima, un peso che riguarda l’idea di ciò che, secondo i ragazzi, gli adulti pensano delle tecnologie e del loro utilizzo.

Tre anni fa abbiamo iniziato a riflettere sui rapporti tra esseri umani e tecnologie evidenziandone le criticità ma, dopo aver vissuto i due episodi riportati poco sopra, sono portato a credere che il problema sia più ampio e ci coinvolga tutti, giovani e meno giovani, invischiati in una tenzone che vede da una parte noi adulti, cui, nella testa dell’altro, è stato assegnato il ruolo dei “contrari”, dall’altra bambini e ragazzi, cui è toccata la parte dei “favorevoli”.

La divisione binaria del mondo è uno dei sintomi della continua accelerazione cui siamo sottoposti. Un ritmo sostenibile solo se semplifichiamo, se dividiamo il mondo in categorie opposte. Per questo Correre Pensando ci vede impegnati come imbianchini che separano bianco e nero inserendo tutte le possibili sfumature di grigio, anzi tutti i possibili colori della tavolozza.

Quella digitale è una rivoluzione che interessa tutti. Diversamente da ciò che le abusate categorie di nativi e migranti digitali vorrebbero far credere, adulti e meno adulti sono distanziati da un gap di competenza minore di quello che potrebbe sembrare e, soprattutto, di natura esclusivamente tecnica.
Per capire meglio, possiamo pensare al semplice atto di pubblicare una nostra foto su un social network. È sicuramente più facile, pescando a caso, trovare un ragazzo capace di utilizzare le app per l’editing e migliorare la foto di quanto non sia trovare un adulto capace di farlo, ma la valutazione sull’opportunità o meno di pubblicare una specifica immagine su uno specifico social network e la valutazione delle conseguenze che questo atto può avere trova tutti inesperti quasi allo stesso modo.
Il fiume di immagini imbarazzanti e inopportune che ognuno di noi vede quotidianamente condivise sulle bacheche dei suoi contatti di ogni età è lì a dimostrarlo in una maniera che non ha bisogno di ulteriori parole.

Diversamente da ciò che giovani e adulti pensano gli uni degli altri, la costruzione di un rapporto sano con le tecnologie non esclude nessuno, ma se i figli attribuiscono il modo di pensare di cui sopra ai genitori, noi adulti qualche domanda dovremmo farcela, per capire come sia potuto accadere e cosa dobbiamo fare perché non accada più. Il compito di chiudere questa crepa spetta ai grandi. Se è vero, come penso, che il gap di competenza tecnica è compensato da una situazione molto più equilibrata quando scendiamo sul campo del significato, allora la partita va spostata su questo terreno.
La tecnologia, per sua natura, corre, Facebook cede il passo a Snapchat, che a sua volta lo cede a Instagram, che a sua volta lo cederà a qualcos’altro. Come le nuvole, le tecnologie si muovono veloci, ma nelle loro strutture mutevoli possiamo intravvedere forme bellissime. Al di sotto delle loro coreografie, ben piantati per terra, ci sono i fondamentali educativi, montagne immobili e pazienti, che fra mille anni avranno grosso modo la stessa, identica, forma di mille anni fa.

 

Luciano Barrilà

Autore: Luciano Barrilà

Psicologo. Sono socio di Pares, società cooperativa in cui mi dedico allo studio dell'innovazione sociale e dei rapporti in continua evoluzione tra esseri umani e tecnologie.

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