Tre domande a…Giuseppe Stoppa

Dopo esserci fatti accompagnare in terre lontane da Alberto Rigolli torniamo a calcare strade a noi più prossime, quelle di Milano, con Giuseppe Stoppa, consigliere delegato di Zeta Service, azienda che si occupa di gestione delle paghe, amministrazione del personale in outsourcing, sviluppo del capitale umano e consulenza del lavoro.

Le tre risposte di Giuseppe ci raccontano un progetto sociale che gli è estremamente caro, quello della Casa dell’Accoglienza Enzo Jannacci, ci aiutano a leggere in maniera meno stereotipata il rapporto che persone in difficoltà” vivono quotidianamente con le tecnologie e ci mostrano come sia possibile fare impresa, anche di grandi dimensioni e successo, tenendo sempre bene in mente i valori fondanti del nostro stare insieme.

Dalla sua esperienza sono nati due volumi, Inciampi di vita e Una storia sbagliata, i cui diritti d’autore sono interamente devoluti alla casa dell’Accoglienza Enzo Jannacci per progetti di formazione lavoro.

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Caro Beppe, il tuo ultimo libro, “Una storia sbagliata”, ci porta nel retrobottega delle nostre città, mostrandoci individui che potremo definire di “grande insuccesso”, persone smarritesi e costrette a mendicare un pasto caldo, un tetto sopra la testa, pure essendo spesso portatori di talenti che non giustificano simili collocazioni sociali. Il fondale della tua opera è la casa di accoglienza intitolata a Enzo Jannacci, vorremmo che tu ce la facessi conoscere.

La Casa dell’Accoglienza Enzo Jannacci, anche se in realtà è operativa dalla fine degli anni cinquanta, per me è sempre esistita. Per chi come me è nato e cresciuto a Milano, il Dormitorio di Viale Ortles, così come la Stazione Centrale, il carcere di San Vittore, lo stadio di San Siro, hanno sempre fatto parte dei “luoghi” o “non luoghi” della Milano del boom economico.
Negli anni sessanta, e anche dopo, finire in Ortles significava aver perso la partita. Anche la localizzazione della struttura aiutava questa immagine. Siamo nella parte sud di Milano, quella più frequentata dalle nebbie, dallo smog, quello che, negli anni sessanta e settanta, ti faceva perdere la strada anche camminando a piedi, quello dell’iconografia milanese.

Casa Jannacci, chiamiamola così per abbreviazione, era ed è il più grande centro di accoglienza di Milano. Ospita mediamente 600 persone a rotazione con una presenza effettiva di circa 1.200 persone “uniche” nell’anno solare. Durante il periodo invernale, attraverso il “piano freddo” disposto dal Comune, la popolazione aumenta considerevolmente ma è meno “stanziale”, più di passaggio. Sì, perché anche se Casa Jannacci ha superato il livello di “dormitorio” o, come meglio era nominato: “ricovero notturno”, è indubbio che rimane pur sempre un centro a cui aggrapparsi in caso di bisogno.
Per molti anni Casa Jannacci è rimasto un ricovero notturno, ci andavi a dormire e la mattina eri per strada. Poi, piano piano, si è trasformato. Lungimiranza delle amministrazioni, capacità degli operatori, una società che cambia. Si è trasformato fino a diventare quello che oggi è.
Utilizzando le parole di Onofrio, uno degli ospiti e protagonisti di “Una Storia Sbagliata”:

“… il Comune persegue quindi questa linea laica, ristrutturando e definendo gli spazi nel rispetto delle sensibilità e della privacy. Ad esempio, si passa dai cameroni alle stanze a due letti, per arrivare fino a una profonda riforma del regolamento per cui il dormitorio di viale Ortles diventa Casa dell’Accoglienza.
La priorità passa alla possibilità di potersi reintegrare nella vita sociale, nella vita reale, e non più solo assistenzialismo. Con queste premesse, il posto diventa temporaneo e al massimo della durata di un anno con tutte le diverse possibilità che vengono offerte: corsi di formazione, avviamento al lavoro, ricerca della casa e, con utilizzo dei feedback di riscontro per farne elemento di valutazione verso la possibilità, i tempi e il grado di reintegro sociale.
La persona, e la sua crescita, diventano e sono l’obiettivo primario dell’attività della Casa dell’Accoglienza Enzo Jannacci.”

Quattro anni fa è stato significativamente deciso di intitolare Ortles a Enzo Jannacci.
Ecco, questo per ricordare, attraverso immagini, il percorso di questa struttura. Poi si arriva all’oggi. La Casa Jannacci subisce, come tutti, i ricorsi storici. A volte, nel corso degli anni, la popolazione ha una forte connotazione est europea, soprattutto femminile, a volte nord africana, a volte subsahariana. Ma al di la di questi flussi che seguono le tendenze migratorie globali, permane una forte base italiana che si attesta intorno al 25% del totale ospitato.
Inoltre, se si guarda più da vicino la ripartizione attuale della popolazione, il 65% degli italiani è rappresentato da ultracinquantenni, stessa percentuale che si trova fra gli stranieri ma sotto i cinquant’anni. Esiste poi una notevole caratterizzazione percentuale inversa tra uomini e donne e così nelle due popolazioni: italiani e stranieri.

Senza voler fare un trattato sociologico partendo da qualche numero, questi si possono però brevemente spiegare col fatto che le donne straniere pagano l’effetto “badanti”, ovvero quelle signore, soprattutto dell’Est Europa, che vengono in Italia a prendersi cura dei nostri anziani e poi rimangono senza datore di lavoro…; gli uomini italiani, la perdita del lavoro… le quarantenni italiane (maggioranza del proprio segmento) la doppia perdita: lavoro e magari sfaldamento della famiglia a causa della perdita del primo, proprio o del compagno; i giovani africani, la ricerca del lavoro. Insomma, tutto ruota intorno ad un minimo comune denominatore: il lavoro o meglio, la mancanza di questo.
Non sono qui a dire che Casa Jannacci sia l’esatta fotografia della situazione italiana, credo tuttavia che la rappresenti bene.

Se il minimo comune denominatore è la voce “lavoro”, proprio su questo, insieme alla ricerca di abitazioni anche condivise, si basa l’attività principale della Casa dell’Accoglienza: corsi di formazione, inserimenti al lavoro, stage.
Dare un tetto, un lavoro a qualcuno che non ce l’ha è la priorità. Il “mangiare”, come mi ha detto più di un ospite, non è il vero problema, inteso come sopravvivenza. A Milano nessuno muore di fame. Non è uno slogan e non voglio semplificare una realtà che è pur sempre drammatica ma è vero che a Milano funzionano decine di centri di ospitalità che offrono pasti a chi ne ha bisogno. Sempre restando nell’ambito della sussistenza, ovviamente. Poi, come detto, lo scopo di Casa Jannacci è creare una prospettiva di vita.

Vorremmo sapere dove, a tuo parere, sono collocati i punti di rottura nelle vite delle persone che abitano quella casa e, dal momento che il nostro blog esplora gli effetti della rivoluzione digitale, ci piacerebbe sapere se l’accelerazione in atto, indotta dalle nuove tecnologie, nelle loro innumerevoli forme, può avere contribuito a destabilizzare certi percorsi esistenziali.

È una domanda alla quale non so e non posso dare una risposta precisa. Posso raccontare quello che ho raccolto frequentando e intervistando gli ospiti della Casa. Sia nella stesura del primo libro: “Inciampi di Vita” che di questo secondo: “Una Storia Sbagliata”, ho sempre incontrato persone di buon livello culturale, istruite, informate, partecipi. Onde evitare equivoci, alla domanda che ho fatto un giorno agli operatori riguardo a questo campione di persone incontrate e che recitava grosso modo: “mi avete presentato i migliori che avevate”, la risposta è stata: “no, ti assicuriamo che questa è la normalità. Poi ci sono i casi difficili, ma questa è la normalità”.

Fatta questa premessa, posso dire che no, le nuove tecnologie non mi pare abbiano contribuito alla destabilizzazione delle vite di chi è residente in Casa Jannacci, almeno non più di quanto queste possano influire sulla vita dei non residenti alla Casa.

Per contro, devo dire che la maggior parte degli ospiti le nuove tecnologie le utilizza. Sono spesso presenti sui social, li utilizzano per collegarsi con le famiglie, hanno gruppi WhatsApp per restare in collegamento fra di loro, usano Skype e ancora WhatsApp per comunicare a distanza a basso costo, utilizzano internet per le ricerche di lavoro e non solo. Insomma, fanno esattamente quello che molti di noi non residenti alla Casa facciamo. Né più, né meno. Anzi, forse meglio e in modo più strumentale, non solo per diletto o noia.
Potrei dire che le nuove tecnologie di comunicazione rappresentano una facility: basso costo e massimizzazione della comunicazione, del fare rete. Non è un caso che già da tempo, in Casa Jannacci, esiste il wifi libero e una biblioteca attrezzata con personal computer.

Questa però non è altro che la conferma che, il fatto di finire a Casa Jannacci, non è altro, il più delle volte, che un incidente di percorso, il frutto di scelte sbagliate, magari anche solo una volta, che poi paghi per una vita. È evidente che questo incidente incide maggiormente su fragilità “conclamate”, è evidente che se hai gli strumenti per affrontare le difficoltà, magari riesci ad uscirne prima di cadere nel vortice e, tuttavia, parliamo sempre di situazioni “comuni”, non di eccessi.
La perdita del lavoro è quasi sempre la causa scatenante. È il motore che inizializza la situazione. Da qui ne consegue la perdita delle cose materiali: auto, casa. La perdita degli affetti: famiglia e amici. Subentra la depressione e inizia il vortice.

Intervistando gli ospiti, a un certo punto non sai più se la loro situazione è derivata dalla perdita del lavoro o da una scelta individuale di vita. Le due cosa vanno a confondersi. In parte c’è sicuramente una rielaborazione del lutto che porta ad affrontare la nuova condizione come “volontaria” e non frutto di un fallimento. E in parte è anche vero, quasi liberatorio, considerando che il “fallimento”, in questi casi, è quasi sempre dettato da eventi ai quali non si può fare opposizione perché determinati da altri. La differenza sta probabilmente nella fragilità iniziale della persona, il non saper adeguatamente prevedere gli accadimenti esterni e non prepararsi, difendersi e muoversi per tempo per evitarli.
È tuttavia proprio questa “normalità” che terrorizza di più. Ognuno di noi può avere momenti down nella propria vita, ognuno di noi potrebbe cadere nel vortice.

Tutto questo vale per le persone italiane, occidentali o sud americane che ho incontrato. Anche per qualche africano ma qui sono prudente. In realtà ho avuto modo di parlare con poche persone di origine africana perché i loro percorsi, come si può immaginare, sono molto, molto diversi dai nostri e molto, molto più (anche) fisicamente drammatici. D’accordo con le operatrici della Casa, abbiamo evitato il rischio di far riemergere situazioni spesso solo accantonate e non veramente rimosse.

Quello che però posso affermare, con ragionevole certezza, è che dall’osservazione ho potuto verificare che anche la popolazione africana, prevalentemente giovane, usa e molto bene i pc, gli smartphone, i social. Verrebbero da ricordare le battute dei nostri poveri sovranisti sui 35 euro, il wifi e gli iPhone per i migranti. A parte tutte le stupidaggini dette a sproposito la costatazione reale è che grazie a questi mezzi molte persone riescono a mantenere relazioni, contatti, fare rete, immaginarsi ancora un futuro.

La casa Enzo Jannacci, con tutto ciò che contiene, fa parte delle tante cause adottate dall’azienda per la quale lavori che, se fossimo cosmologi, etichetteremmo come singolarità. Parlo della Zeta Service, che si occupa di tutt’altro, ci spiegherai tu di cosa, e della sua amministratrice delegata, Silvia Bolzoni, che sembra avere un’attrazione fatale per tutto ciò che la cultura del profitto tende a lasciare indietro.

Zeta Service si occupa di amministrazione del personale in outsourcing, in altre parole elaboriamo cedolino paga, gestione delle presenze, consulenza e pratiche amministrative per aziende medio grandi. Ci occupiamo anche di consulenza e percorsi formativi manageriali. Insomma, poco a che vedere con le attività sociali che portiamo avanti.

Silvia Bolzoni, presidente di Zeta Service, ha voluto dare un’impronta semplicemente “umana” all’azienda partendo dall’assunto che siamo ed esistiamo in questa società e che viviamo in un modo o nell’altro le stesse condizioni e contraddizioni di questa.
Vivere in questa società, misurarsi con situazioni non usuali, significa per noi sviluppare empatia che è una delle qualità che devono fare la differenza per un’azienda come la nostra che si occupa di servizi. Ecco allora che le due cose: occuparsi degli altri e migliorare le nostre qualità, trovano la sintesi. È quello che dovrebbe avvenire normalmente, reclamizzare la “bellezza” in contrapposizione all’odio, per allenare lo spirito ad una visione positiva della vita, anche della propria di vita.

L’impegno sociale di Zeta Service non ha riguardato solo Casa Jannacci. Diciamo che su questo siamo stati facilitati essendo la Casa a cento metri dalla nostra sede. In realtà ci siamo occupati anche di organizzazioni per donne in difficoltà, istituti per bambini svantaggiati, ma anche di scuole superiori per l’inserimento nel mondo del lavoro.

Il nostro ultimo progetto, la cui anima è rappresentata da Debora Moretti e Marilù Guglielmini, riguarda la creazione di un network di aziende unite contro la violenza sulle donne e quella di genere: il Progetto Libellula. Questa iniziativa ha già raccolto un importante numero di aziende che non si sono solo impegnate di “facciata” ma hanno deciso di investire economicamente sull’emancipazione delle proprie persone. Il Progetto Libellula rappresenta un piccolo grande successo nato dalla caparbietà di due ragazze e dalla convinzione di essere nel giusto. E lo sono.

Oggi, probabilmente, il Progetto Libellula e Casa Jannacci sono i due settori che ci vedono maggiormente impegnati e con continuità nell’ambito sociale.

Per dare un segnale concreto di impegno, un segnale visibile e per il fatto che lo volevamo e ce ne è stata l’opportunità, in collaborazione con i progetti di inserimento al lavoro del Comune di Milano (Celav), abbiamo assunto due persone che risiedono ancora, momentaneamente, alla Casa Jannacci: un quarantenne italiano che ha voluto condividere poi la sua storia di vita su “Una Storia Sbagliata” e un altrettanto quarantenne laureato in informatica alla Bicocca e originario del Camerun.

Per dare un esempio dello spirito condiviso all’interno dell’azienda, al di la di opinioni politiche differenti che esistono come giusto che sia, quando il nostro “camerunense” ha ricevuto la lettera di conferma di assunzione, si è avviato in azienda un crowdfunding spontaneo per consentirgli di tornare in Camerun durante il periodo estivo e per rivedere così la figlia che non vedeva da quattro anni. Posso assicurare che è stata una cosa che ha unito tutti in modo molto forte ed emozionale. La parte emozionale che poi ti resta per sempre nel cuore.
Questa iniziativa ha per noi rappresentato la concretizzazione del pensiero condiviso in Zeta Service. Saper ascoltare, aiutare, crescere.

Le ragioni di questa “involontaria strategia”, non pianificata a tavolino ma espressa dal cuore, le lascio alle parole di Silvia tratte dal suo libro: “Dammi tre parole: piccola storia romantica di un’azienda felice”: “… Così sono stati anche i nostri progetti sociali perché ti portano a capire qualcuno che può essere più in difficoltà di te e ad aiutarlo e di conseguenza a stare bene, perché stai bene anche tu se fai star bene gli altri”.

E si sta bene anche in azienda…

Giuseppe Stoppa

giuseppe stoppa

Beppe Stoppa, professionista nell’ambito della comunicazione e dei sistemi per lo sviluppo delle risorse umane, è da sempre attento ai temi sociali.

Nel 2015 ha pubblicato Inciampi di Vita, il primo libro dedicato alla Casa dell’Accoglienza Enzo Jannacci.

Nel 2016 inizia la collaborazione drammaturgica con il Teatro Officina con il quale mette in scena, tra gli altri, Inciampi di Vita – In casa dell’accoglienza e in carcere e Di Fuoco e di Vetro – La voce degli altri. Suo anche il monologo Sono una donna fortunata dedicato al Progetto Libellula, il primo network di aziende unite contro la violenza sulle donne e la discriminazione di genere.

Autore: Luciano Barrilà

Psicologo. Sono socio di Pares, società cooperativa in cui mi dedico allo studio dell'innovazione sociale e dei rapporti in continua evoluzione tra esseri umani e tecnologie.

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