Aborto. L’ipocrisia dei diritti incustoditi

“Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”. È il nome della legge 194, parti della quale furono sottoposte al referendum nel maggio del 1981.
Come si può notare, l’intendimento del legislatore era ambizioso, ma di quelle nobili intenzioni è rimasta in vita, si fa per dire, solo la parte relativa all’Interruzione volontaria della gravidanza. Il resto, che forse serviva a nobilitare il dibattito, è tornato presto in magazzino, come quei fondali scenografici che una volta usati non servono più, dunque vengono ricoverati in vista del prossimo spettacolo.

Ora, la questione apertasi in consiglio comunale a Verona, al netto della buona fede degli attori, può essere salutare per riaprire il dibattito su un tema drammatico, non certo riconducibile all’avvilente disputa ideologica che regolarmente l’accompagna. Si tratta, infatti, credo di poterlo dire con cognizione di causa, di una delle più grandi tragedie toccate in sorte all’umanità e, come tante altre, finite nella faretra di individui inadatti a trattarne, perché accecati (destra e sinistra) da furore ideologico.
A cominciare dai cattolici integralisti, cui appartiene di diritto la capogruppo del Pd del comune di Verona, che amano la vita prima che venga alla luce ma dopo se ne dimenticano o la mortificano, assegnandole punteggi e dignità a seconda del colore della pelle o dell’orientamento sessuale.

Considero costoro tra i maggiori responsabili, non i soli come vedremo, del clima irrespirabile creatosi intorno al tema dell’aborto, la loro incapacità di confrontarsi laicamente su temi che investono la vita delle persone è alla radice della radicalizzazione di questioni decisive, scivolate nel tritacarne dell’intransigenza e dunque chiuse in un pesantissimo sarcofago.
Persona fanatiche e involute che, non a caso, vanno a braccetto con le peggiori espressioni della politica, dai fascismi ai populismi, e si accaniscono contro tutto ciò che esula dalle loro superstizioni. Socio-fobici e immaturi, che parlano di vita ma non capiscono che si tratta di un insieme inscindibile, che deve valere sempre, a prescindere dalla distanza che ci separa da essa.
Quando una religione come il cristianesimo, nata su principi di fratellanza e solidarietà, finisce nelle spire degli integralisti, diviene una crudele caricatura delle intenzioni del Nazareno, rovesciandole di segno e allontanando gli uomini gli uni dagli altri. Una spaventosa eterogenesi dei fini, che sta uccidendo ogni traccia della rivoluzione cristiana.

Fanno buona compagnia a questi distruttori “in nome di Cristo”, gli ideologi dei diritti, che una volta ottenuto ciò che volevano spariscono dalla circolazione, guardandosi bene dall’esercitare la funzione di controllo, vitale quanto quella legislativa. La legge 194 è un caso clamoroso di superficialità di una certa componente della cultura progressista, che torna a parlare della legge sull’aborto solo se ritiene di sentirla minacciata, anche quando non lo è, senza dirci che i suoi eccessi di zelo si riferiscono solo ad una parte della legge stessa, che non è certo quella costruttiva, ossia quella che parla di tutela sociale della maternità.

Ognuno dei leader della sinistra, cui appartengo senza paraocchi, si è scatenato in belle petizioni di principio, rigorosamente attraverso i social network, come se si trattasse di un gigantesco video game, ma c’è da chiedersi quanti di loro si sono presi la briga di parlare con una donna sottopostasi a Ivg. Possiamo essere certi che se lo avessero fatto sarebbero rimasti in silenzio, ma uno dei regali più velenosi delle nuove tecnologie è la necessità di esserci, a tutti i costi, non importa quante fesserie o mostruosità si dicono, non importa quanto confusione e risentimento si creano nell’animo dei cittadini. L’importare è dire qualcosa, nello sconfinato Bar Sport di cui oramai facciamo parte.

La 194 è una legge di progresso, ma guai a confonderla con un gioco a somma zero, perché ogni aborto prevede almeno due vittime, chi nega questo finisce per dare ragione agli integralisti cattolici, così bene rappresentati dalle derive politiche attuali.
Bisogna riprendere in mano il faldone e, ferma restando la legge, impegnarsi per migliorarla o per applicarla integralmente, preoccuparsi dei veri protagonisti, una donna spesso sola e sgomenta, non di rado costretta a decidere in condizioni estreme, e un bambino che scenderà prima che il viaggio cominci, senza avere diritto di parola.

Basta con queste commedie che mutano in tragedie, bisogna sedersi, parlarsi, dimenticando il consenso elettorale.
Difendere l’embrione e votare Lega rende poco credibili i difensori della vita, anzi li trasforma in cristiani senza cristianesimo.
Difendere la 194, anzi una parte di essa, e poi girare le spalle al bambino e alla madre, rende il mondo progressista infantile, poco credibile e, come spesso gli accade, lontano dalla realtà, dunque inadatto a rispondere alle vere questioni che le persone in carne e ossa si trovano di fronte nella realtà situata. Teatro alquanto differente della finzione ideologica della quale si alimentano tanti progressisti, mentre si scannano davanti ai cadaveri, carcasse di realtà, materiali e immateriali, che non sono in grado di proteggere.

Sottrarre milioni di donne alla lotteria dei sottoscala e delle mammane, è stato un atto di civiltà, un gesto di amore verso di esse, ma abbandonare la legge 194 a se stessa si è risolto nel più grande gesto di codardia e di irresponsabilità che la politica abbia realizzato in questi 40 anni.

È stato come lasciare una persona anziana nel deserto. Di notte, senza cibo né acqua.

 

                                                                             Domenico Barrilà

8 pensieri riguardo “Aborto. L’ipocrisia dei diritti incustoditi”

  1. Condivido ogni punto dell’articolo; il tema dell’aborto, delle mamme e dei figli coinvolti è ben più profondo del semplice dualismo “pro/contro aborto”.
    Finalmente qualcuno che ha il coraggio di dare un schiaffo logico non solo ai destrorsi amanti della vita quando si parla di feto (italiano, altrimenti può rimanere in attesa su una nave sequestrata) e che auspicano un ritorno “a casa loro”, anche quando la casa è un lager; ma anche al progressismo pruriginoso e superficiale della “sinistra bene”, della lotta a prescindere.
    Le forze oggi in gioco mettono tutti alla prova e questo è il momento di salvaguardare i diritti, senza per questo necessariamente utilizzarli come un’arma a scapito di altri soggetti, di solito più deboli.
    Grazie per queste parole civili e concrete, ce n’è bisogno.

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  2. Oggi sulla mia casella di posta elettronica sono arrivare alcune mail private, da parte di donne che in passato si sono sottoposte a interruzione volontaria di gravidanza. Dopo avere chiesto l’autorizzazione alle dirette interessate, e per il contributo che possono portare alla riflessione, ne pubblico un paio, anonimamente. Questa è la prima e riguarda le pesanti affermazioni di Papa Francesco sulla pratica dell’aborto (“È come affittare un sicario per risolvere il problema”).

    “Caro Domenico, mentre leggevo le parole di Papa Francesco facevo fatica a credere le avesse pronunciate lui. Mi sono convinta, una volta di più, che il clero spesso è lontano dalla realtà. Provo tristezza nell’ascoltare persone che parlano senza sapere cosa si prova ad attraversare certe situazioni. Papa Francesco si è concesso un grande scivolone, non degno del ruolo che ricopre e nemmeno di “Colui” che dovrebbe rappresentare. Sono certa che se esiste un dio non formulerà mai un pensiero del genere su questo argomento.
    Sono consapevole che ci sono tante scelte alternative e meno drastiche da poter fare prima di sacrificare una vita, ma purtroppo per tante donne che si trovano davanti a una scelta drammatica, che le cambierà per sempre, è l’unica soluzione. Il Papa dovrebbe ricordarsi che dopo un aborto nessuna donna con una coscienza si perdonerà, posso garantirgli che quella povera creatura si porterà dietro, per il resto della sua vita, un senso di colpa incancellabile.
    Io sto riuscendo solo oggi a fare, almeno in parte, pace con me stessa, ma se guardo indietro con gli occhi della donna che sono diventata, anche grazie a quell’evento, non lo rifarei. Il prezzo è altissimo.
    Questo sicuramente non alleggerisce le mie responsabilità, ma in quel momento mi sono trovata nella situazione, apparentemente senza uscita, di tantissime donne, che devono scegliere, per sé e per altri, in perfetta solitudine”.

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  3. Questa è la seconda mail.

    “Mi ricordo che, il giorno che sono andata in ospedale, ero in camera con questa donna con due figli. Era al quarto aborto. E io fino all’ultimo (finché non mi hanno portato nel blocco operatorio) sono stata sul punto di chiamare mia madre per farmi venire a prendere. Ma poi mi sono detta che l’errore lo avevo commesso io e non potevo coinvolgere altre persone.
    Ricordo, come fosse oggi, la molto discutibile leggerezza con cui negli ospedali vengono fatte queste cose. Perché nessuno ma proprio nessuno ti parla di quello che sarà dopo”.

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  4. Avevo circa sedici anni quando mi innamorai del titolo di un libro”la città della gioia” decisi di leggerlo nonostante già delle prime pagine capii che Lapierre era molto serio e non faceva sconti nel raccontare.
    Rimasi sconvolta dalla narrazione di un aborto clandestino che lasciò la giovane donna a morire dissanguata come un involucro ormai in disuso.
    Fu quello il primo dei miei incontri con questo tema delicatissimo, personalissimo e assolutamente insindacabile. Qualche volta mi viene voglia di rileggerlo quel libro, ma non credo lo farò mai per non dover nuovamente “assistere”a quello scempio.

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    1. Cara Simona, siamo immersi in un brodo di vicende drammatiche di cui cogliamo solo flebili segnali. Fermarsi a riflettere oramai è diventato un privilegio. Lei parla di un libro, parla di leggere, che è un modo intelligente per fermarsi, ma i libri sembrano sempre più cittadini di altre epoche. La lettura è in calo, si fa ricorso a strumenti di conoscenza più superficiali e le carte si mischiano, così gli aguzzini diventano difensori della vita.
      Ieri una giornalista televisiva si è permessa di dire qualcosa che è sotto gli occhi di tutti, ossia che l’ascesa di un pericoloso personaggio politico è frutto di paura e ignoranza, sembrava avesse bestemmiato mentre avremmo dovuto farle un’ovazione. Tutto all’incontrario. È così che funziona quando si corre.
      Dunque ben venga la citazione di Lapierre. Grazie delle sue parole.

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  5. Sono completamente d’accordo con lei dott. Barrilá. Gli integralismi non portano mai a nulla di buono, tantomeno i giudizi perentori. Penso che molto si sarebbe dovuto fare sulla tutela delle mamme, sul sostegno alla genitorialità sia a livello economico che a livello formativo. Sicuramente passi in avanti sono stati fatti da 40 anni a questa parte. Il tasso di morte per parto o del neonato si è fortemente ridotto. Le donne non muoiono piú per gli aborti clandestini, ma di tutto quello che doveva riguardare il sostegno economico e sociale alla maternità non è stato fatto nulla! Pensiamo a quanto sono delicati e importanti la gravidanza, l’allattamento il puerperio nella crescita di una mamma e della sua piccola creatura, aspetti di cui ci si cura esclusivamente della parte medica tralasciando tutto il resto: il sostegno economico, sociale e psicologico. Tutto ciò è ancora inesistente e gli effetti si vedono nelle giovani generazioni, sempre più fragili e bisognose di figure genitoriali solide. So che all’estero, nel nord Europa non è così…. Addirittura é prevista una figura professionale che si chiama “doula” che da mamma “formatrice”accompagna fisicamente e psicologicamente la donna in gravidanza, segue il parto, il puerperio e l’allattamento a domicilio ed è pagata dallo Stato. Dovremmo prendere esempio (Anche noi avevamo le ostetriche a domicilio …. ? Che fine hanno fatto?). Per non parlare della qualità delle istituzioni educative, a partire dall’asilo nido…facilmente accessibile a tutti…. Questi sono alcuni dei tanti esempi che si potrebbero citare. Chissà se tutto questo esistesse in Italia quante donne eviterebbero di ricorrere all’aborto. Invece di avere compassione e rimboccarsi le maniche si preferiscono le più stupide battaglie ideologiche. Se non ci occupiamo dell’infanzia noi italiani non andremo da nessuna parte! Purtroppo la politica é cieca davanti al futuro….per favore: é ora che si svegli!!!!!!

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  6. Cara Elena, come lei ci ricorda, le cose cambiano, per fortuna, non si dovrebbe mai smettere di pensarlo. Se una legge è figlia di un particolare momento storico, bisogna fare in modo che nel tempo possa garantire sempre meglio i diritti che evoca, considerando che nel frattempo sono cambiati anche i suoi destinatari.
    L’approvazione della legge 194 è stato uno dei momenti più toccanti nella storia delle donne italiane ma, come una Ferrari che gira in cortile, non è riuscita a esprimere tutta la sua carica innovativa.
    Rimetterci mano, pensando a donne e bambini, è un dovere, così come è un dovere ricordare alla politica, costantemente, che le leggi sono corpi vivi e non materia inanimata, vanno seguite con cura. Oggi ci sono le condizioni per aggiornarla, facendo un vero strumento di promozione dei diritti delle donne, senza sfiorare minimamente la titolarità di scelte che appartengono solo a una madre. La ringrazio.

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