Alfred Adler smaschera gli inganni della politica “affettiva”

“Lo stadio attuale della nostra cultura e della nostra consapevolezza permette ancora che prevalga il principio del potere. Tuttavia, non è più possibile aderirvi apertamente, ma si deve far ricorso all’utilizzazione del sentimento sociale. Un attacco esplicitamente violento è impopolare e non sarebbe più sicuro; per questo, quando si deve commettere un atto di violenza, frequentemente, ci si appella alla giustizia, alla libertà, al benessere degli oppressi e alla cultura.”

Parole risalenti a cento anni fa, appartengono al grande Alfred Adler. L’amico e collega, così affettuoso da inviarmele, si chiama Giovanni De Santis, dopo averle scovate in un volume dei coniugi Ansbacher, che del pensiero adleriano furono rigorosi interpreti e custodi.

Un testo brevissimo, come si può vedere, ma di un acume straordinario, come del resto lo sono tutti quelli scaturiti dall’impagabile intelligenza sociale di Alfred Adler. Un genio, in qualche modo messo in ombra dalla prepotente figura di Sigmund Freud, ma che sarebbe interesse collettivo riportare alla luce del sole, perché le sue intuizioni permettono letture stupefacenti, talvolta lasciandoci senza fiato, come accade nelle sei righe che aprono questo post.
Sembrano scritte stamattina. Consiglio a tutti di rileggerle e di diffonderle, faranno cadere la maschera dei nuovi salvatori, restituendoli alla loro cifra naturale, quella di piccoli manipolatori senza qualità che, grazie al potente sonnifero della Rete, possono trattarci come bambini a cui offrire caramelle, convincendoci di essere interessati a noi, ai nostri bisogni, vellicando la nostra fragilità affettiva.

In realtà stanno solo finendo il lavoro iniziato dai predecessori, avvalendosi dell’acceleratore digitale, che permette loro di “inseminare” milioni di coscienze, reduci dal micidiale massaggio intensivo praticatoci delle televisioni private e valorizzato, si fa per dire, da ex bambini viziati, capaci con tweet e battutine al veleno di annientare il brodo umano e sociologico del progressismo italiano, unico vero antidoto a disposizione contro l’imbarbarimento, sebbene gravato dai vistosi limiti dei suoi interpreti,

Nessuno si azzarda a dire cose impopolari, nella perenne puntata del Bagaglino di cui siamo comparse, tutti ci accarezzano, tutti promettono regali comprati a credito, coi soldi pubblici, ma non esiste pedagogia e tantomeno politica senza impopolarità, quella che vediamo in azione è soltanto la manifestazione di un gigantesco e collettivo bisogno d’affetto, dove sono bandite competenza, maturità, vero interesse sociale.

Quando ci risveglieremo, dovremo spendere la vita intera per contare i danni.
Magari dimenticheremo in fretta il cretino muscolare che si esibisce per la sua Claretta Petacci e dimenticheremo pure l’incompetente venditore di promesse digitali in carta da zucchero, resteranno invece indelebili gli effetti di questo ridicolo grooming sociale e dei suoi ancora più ridicoli interpreti. Tra i quali ci siamo, in veste di complici e responsabili, anche tutti noi, silenti e distaccati ma pronti a trasformarci presto in grintosi profeti del giorno dopo.

Domenico Barrilà

3 pensieri riguardo “Alfred Adler smaschera gli inganni della politica “affettiva””

  1. Pensiero di Adler che può galleggiare in qualsiasi situazione, la cui forza è data da chi in un dialogo a due lo pensa esistere in chi ha di fronte. In pratica se penso che chi ho di fronte è un mero “fascista” il pensiero di Adler avrà successo!!ma se non è fascista rispecchia la realtà.

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  2. Adler aveva ragione a tal punto che le sue parole descrivono gli ultimi vent’anni di politica italiana fino al presente – è bene ricordarlo – e non solo al recente passato.
    Ricordo “il popolo dell’amore che vince sull’odio” di Berlusconi, con annessi “forza Italia!” e una politica ad personam piena di termini come libertà, popolo, famiglia (quella tradizionale, non sia mai).
    Ci siamo risvegliati con un consulente che vendeva slide a suon di gufi, rosiconi, “stai sereno” prima di pugnalare alle spalle, in nome di concetti sempre più astratti: per il bene del paese si diceva; perché ce lo chiede l’Europa; perché altrimenti torna lui (non quello originale, per fortuna).
    L’ondata che ha travolto tutto a suon di “prima gli italiani” oggi è priva totalmente di autocritica (e l’opposizione è ridotta a singoli atomi): ci sono ancora i rosiconi, si parla di pidioti, prima di immobilizzare una nave con disperati a bordo, l’attacco politico inizia in modo liturgico: “Fratelli…”. E tutto, dalla mala politica all’incompetenza, viene giustificato in nome della volontà dei cittadini, della democrazia; siamo tornati al contratto con gli italiani, addirittura ai plastici da Vespa con annessi sorrisi inebetiti.
    Perciò sì, Adler ha ragione ancora oggi.
    È un sintomo di questi tempi anche farsi vittima pur essendo al potere: vedo che chi governa lo fa come se fosse all’opposizione (o in perenne campagna elettorale), mentre i fan-elettori che hanno sostenuto Berlusconi, Renzi, oggi Salvini e Di Maio hanno lasciato nella scheda elettorale anche lo spirito critico e la capacità stessa di accettare le critiche.
    Addirittura, in assenza di una opposizione, chiunque osi mettere in dubbio l’operato attuale o le decisioni prese viene sbeffeggiato (e allora il PD? – anche se non lo hai votato) o insultato. Se si fa notare che questo è un atteggiamento fascistoide, i dotti parlano di “reductio ad Hitlerum”, come se questo giustificasse o attenuasse un atteggiamento distruttivo.
    In nome del popolo italiano, s’intende.

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