Lo smartphone assedia il nostro rapporto con la corporeità

Sindrome dell’arto fantasma”.  Uno dei pochi ricordi del mio esame di Psicologia Fisiologica, dodici o tredici anni fa. Si tratta di una strana situazione percettiva che tende a manifestarsi nelle persone amputate o prive di sensibilità in un arto, del quale però continuano a percepire posizione, movimento e sensazioni tattili, esattamente come se quella parte del corpo fosse ancora al suo posto.

Una situazione curiosa, per chi la osserva dall’esterno, sgradevole ed emotivamente dolorosa per chi ne è affetto. Questa singolare situazione mi è tornata di recente alla mente, quando mi è accaduto di sentire una vibrazione nella tasca, come se avessi ricevuto un messaggio sul cellulare, salvo accorgermi subito dopo che il telefono era al sicuro sul tavolo davanti a me.
Posso immaginare si tratti di un’esperienza comune, circostanza che rende evidente non solo la profondità cui si è collocato dentro di noi lo smartphone, ma anche quanto può avere modificato l’immagine mentale del corpo stesso nonché il nostro rapporto con esso.

Capita sempre più spesso di parlare con persone che riportano stati di ansia e agitazione quando si trovano nella condizione di non poter mettere le mani sullo schermo, nei fatti i sintomi sperimentati sono quelli tipicamente associati ad altre forme di dipendenza: ansia, mancanza di respiro, sudorazione, nausea, battito accelerato, più altre manifestazioni che variano da persona a persona.
Un quadro che confina con la nomofobia, ma c’è qualcosa di più esistenziale dietro a questo spaesamento indotto dall’impossibilità di avere un contatto ininterrotto con lo smartphone, che annuncia una mutazione nel rapporto con gli oggetti, una sorta di animismo che pensavamo confinato all’infanzia e che ora chiede spazio.

L’intento di questo blog non è quello di scovare patologie legate al rapporto tra gli individui e l’universo digitale, se è vero che forse non siamo ancora all’epidemia della dipendenza da smartphone, è altrettanto vero che l’andamento delle cose fa temere che una simile involuzione possa essere dietro l’angolo. Tuttavia, un qualche tipo di cambiamento in questo senso è in atto, e una sensazione di inquietudine sperimentata quando per qualche motivo viene a mancare la connessione internet o la batteria del telefono si scarica senza che sia possibile intervenire con un po’ di corrente temo rientri nel vissuto di molte persone, soprattutto nella fascia più giovane della popolazione, che trova nello smartphone uno dei più importanti canali attraverso cui lasciar scorrere il flusso relazionale.

Che l’utilizzo di questi strumenti stia sfuggendo al controllo è sotto gli occhi di tutti, addetti ai lavori e non, tanto che dall’altra parte dell’oceano pare se ne siano finalmente accorti anche due tra i signori della nostra vita digitale come Google e Apple.
Le nuove versioni dei rispettivi sistemi operativi mobili integreranno strumenti utili a monitorare l’utilizzo che facciamo dei nostri dispositivi, registrando tra le altre cose quali applicazioni utilizziamo e per quanto tempo, fornendoci un report minuzioso del nostro vissuto digitale, come accade quando ci sottoponiamo ad un elettrocardiogramma dinamico, per controllare il nostro battito cardiaco per almeno 24 ore.

Tempo di connessione e Benessere digitale saranno dunque i cani da guardia della nostra vita dentro gli schermi, operanti secondo il principio, molto semplice, che il problema del sovra-utilizzo sia legato alla bassa consapevolezza degli utenti rispetto alle loro abitudini con lo smartphone.
Questo, però, potrebbe essere vero solo in piccola parte. Indubbiamente la possibilità di vedere tutte le statistiche di utilizzo raccolte in un posto solo e presentate in una forma graficamente accattivante può giocare una parte importante nel rendere tutti noi più consapevoli e attenti, d’altra parte credo che la semplice messa in evidenza di una cattiva abitudine non modifichi necessariamente il comportamento di una persona. Se fosse così, sarebbe facile smettere di fumare, di bere e di drogarsi.
La questione è più sottile e costringe a interrogarsi sulle ragioni per le quali questi oggetti siano diventati così attrattivi da far sembrare completamente ragionevole l’idea di averli per le mani giorno e notte.

Prima di farci prendere dall’ipocondria, un piccolo esperimento utile a deresponsabilizzarci, e tranquillizzarci, un po’. Provate a pensare a quanti e quali oggetti facevano parte della vostra vita prima del 2008. Computer, televisione, macchina fotografica, walkman, radio, calcolatrici, lettere, cartoline, blocchi note, banca, libri, quotidiani, riviste, si potrebbe continuare ancora per molto.
Decine di operazioni che nell’era pre-app store, il riferimento al 2008 non era casuale, richiedevano di interagire con altrettanti oggetti oggi sono condensate nelle piccole tavolette luminose che portiamo sempre con noi, al punto che la loro parte più strettamente phone è per moltissimi una funzione pressoché residuale. Una buona parte di questo pezzo è stata scritta al telefono mentre aspettavo una pizza da asporto, e anche la mia pausa pranzo è ormai da tempo utilizzata per leggere il quotidiano cui sono abbonato. A volte trovarmi con la forchetta in una mano e il telefono con le notizie nell’altra mi genera un certo grado di imbarazzo, credo motivato dall’essere nato in un periodo, gli anni ’80, ancora fortemente analogico. Ma la questione è che ho sostituito un oggetto, il quotidiano cartaceo, con un altro oggetto, lo smartphone, che in quel momento utilizzo per lo stesso scopo. Al netto dell’imbarazzo e del maggior affaticamento oculare dovuto alla retroilluminazione dello schermo si tratta di una sostituzione che non definirei problematica.

Il discorso cambia radicalmente quando lo smartphone diventa mediatore di rapporti umani, allora non si tratta più, semplicemente, di sostituire un oggetto con un altro, ma di mettere una barriera fra due o più persone, smaterializzando un fenomeno, la relazione, che si è sempre fortemente nutrito anche di quella fisicità cui rinunciamo quando interagiamo con gli altri da dietro uno schermo. Scomparso l’elemento corporeo, e reso così più complicato il soddisfacimento del bisogno di vicinanza con gli altri componenti della nostra specie, si scatena la ricerca di soddisfazione attraverso quei piccoli feedback rappresentati dal suono, o dalla vibrazione, di un messaggio, di un “mi piace”, di un commento, di una mail.
Indipendentemente dal loro contenuto comunicativo sono tutti stimoli che trasmettono a chi li riceve un senso di vicinanza: ti scrivo perché ti penso, metto un “mi piace” perché trovo bello quello che dici, ti cerco perché per me sei importante. Ma il bisogno di relazione, una volta privato della corporeità, non riesce a trovare soddisfacimento significativo e diventa vorace delle micro-scariche di dopamina attivate da questi feedback a breve termine, e così ci ritroviamo a guardare centinaia di volte al giorno lo schermo in attesa che qualcosa accada.

Gli strumenti messi a punto da Apple e Google potranno darci una mano notevole a focalizzare le dimensioni del problema ma dopo sarà necessario trovare soluzioni pratiche per ricostruire un rapporto sano con questi oggetti.
Un’idea potrebbe essere quella di bloccare le notifiche dei social network, confinandone la fruizione ad alcuni specifici momenti della giornata ed evitando di venire distratti in maniera continua da ogni “mi piace” raccolto. Allo stesso modo è possibile impostare le applicazioni email perché ci segnalino l’arrivo solo dei messaggi ricevuti da un gruppo definito di utenti o solo in alcuni orari. O, ancora, è possibile attivare la modalità “non disturbare” e chiudere il telefono nello sportello del cruscotto prima di mettersi in viaggio, controllando l’eventuale presenza di messaggi o chiamate solo durante le soste. Nel 2017 la regista Eva Orner ha mostrato in un suo documentario come le persone tendano a controllare il cellulare molte volte quando sono alla guida senza neanche accorgersene, tanto che interrogate successivamente in poche ricordano di averlo fatto.
Il gesto è ormai entrato a far parte dei nostri schemi motori, automatizzato al punto da sfuggire il più delle volte al controllo della coscienza.

Quelli suggeriti sono piccoli gesti, all’apparenza banali ma, proprio perché vanno ad inceppare una routine motoria ormai interiorizzata, anche in grado di aiutarci a riallineare il nostro rapporto con gli smartphone su livelli di maggior buon senso e piena consapevolezza.
Ma la vera ricetta capace spezzare stabilmente la trappola della dopamina non può che essere quella più complicata, ovvero la ricostruzione di un rapporto con le altre persone nuovamente incarnato. Non per eliminare gli smartphone dalle nostre vite, ma per restituirli al loro ruolo di utili comprimari, i cui confini stanno oggi continuamente travalicando.

 

Luciano Barrilà

Autore: Luciano Barrilà

Psicologo. Sono socio di Pares, società cooperativa in cui mi dedico allo studio dell'innovazione sociale e dei rapporti in continua evoluzione tra esseri umani e tecnologie.

3 pensieri riguardo “Lo smartphone assedia il nostro rapporto con la corporeità”

  1. Una cosa che mi spaventa particolarmente è la superficialità delle interazioni tra le persone attraverso lo smartphone, perchè si passa veramente troppo tempo a scambiarsi immagini del “buongiorno/buonasera/buonanotte”, “video divertenti” e altre futilità. Per mezzo di un monitor così piccolo è difficile dedicarsi ad attività o letture più impegnative e scorrono i minuti e le ore “distraendoci”, “svagandoci”, tralasciando ciò che avrebbe veramente importanza con tutto quello che ne consegue…

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    1. Monica, hai ragione.
      Penso che questa “superficialità” sia un po’ l’effetto secondario di quanto ho cercato di dire nel post. Relazioni profonde richiedono anche momenti di vicinanza e condivisione, diversamente l’unica cosa che si può sviluppare è la superficialità. Una cosa, tra l’altro contro cui non ho nulla, anzi un po’ di superficialità non può che fare bene, il problema è quando non lascia spazio ad altro.

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      1. Sì, sì, sicuro che non si possa essere sempre seri 😉 Ma ho proprio la sensazione che si ragioni sempre meno con mente critica perchè siamo completamente sommersi da informazioni spesso inutili se non dannose e non si ha tempo per pensare. E si diventa sempre più ignoranti e l’ignoranza è alla base di tanti mali. Bisogna proprio imparare a correre pensando 😀

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