Comunque sia potuto accadere, deve finire presto

Il giorno in cui cadde sotto i colpi dei cecchini austriaci il tenente Luigi Lauricella aveva 21 anni e poco più di quattro mesi. Era il 3 luglio 1917.

La Rete allora era il telefono da campo, che funzionava quando funzionava, non c’erano bufale da propagare su scala planetaria, non si inventavano i personaggi a tavolino, se non in rare circostanze. Le graduatorie non le stilavano i social network e neppure gli schermi opachi, dietro i quali agiscono persone che nella vita reale sono incapaci di guardarti negli occhi, essendo dei complessati, capaci di esaltarsi solo quando mettono il naso fuori dalla finestra per suggerire al capo da che parte schierarsi, perché il vero obiettivo non è avere un progetto, anzi è meglio non averne alcuno, così è possibile accontentare tutti, seguire il profilo della maggioranza, silenziosa e rumorosa, che a sua volta è stupida e volubile.
Un modo terribile di guidare la comunità, ma questa è la palude dell’immateriale, che tiene a galla le sostanze più leggere, meno nobili. I risultati si vedono e, soprattutto, si sentono.

Nascere a Roma e morire, ancora sbarbatello, a Castagnevizza sul Carso, oggi terra slovena, è insopportabile, anche se fai parte del 50° reggimento fanteria, che sulle pietraie del monte Faiti, aridissime ed esposte al fuoco nemico, cercava di avanzare. Erano le sanguinose decima e undicesima battaglie dell’Isonzo, che si portarono via il tenentino e un’intera generazione di adolescenti.
Proteggevano, quei soldatini, una nazione povera, semianalfabeta, dissanguata dalla miseria e dall’emigrazione, progenitrice del paese che siamo e forse non saremmo stati senza i seicentomila ragazzi italiani che in quella guerra persero tutto. A guardare il paesaggio sociale e politico di oggi, verrebbe da cambiare il verbo, da “persero” a “sprecarono”, ma non è così perché passerà anche questa, grazie alla memoria che, implicitamente, possiamo fare di loro.

A questo penso, adesso, davanti alla tomba di Luigi Lauricella. Mi trovo in Friuli per lavoro, in questi primi giorni di settembre che anche qui, nell’estremo nord-est italiano, sanno di estate. Le sue spoglie sono custodite presso il cimitero di Aquileia, accanto alla splendida basilica romanica. Potrebbe essere uno dei miei figli, se fosse mi sentirei ingannato, penserei che quella creatura mi è stata rubata per fermare lo straniero, ma che lo straniero era dentro di noi e sarebbe cresciuto fino a ispirarci scelte autodistruttive, intollerabili per un paese che fonda le sue fortune sull’ospitalità.

Non c’è nessuna rabbia sociale che possa giustificare simili regressioni civili.

Contiene, il cimitero di Aquileia, le spoglie di molti ragazzini caduti su quelle colline di confine, spesso adolescenti, gli stessi che popolano muretti, biblioteche, pub, discoteche, stadi. Fu da questo luogo che iniziò una delle azioni più commoventi della storia del nostro paese, quando una madre scelse tra undici salme di militari senza nome, quella da collocare presso l’altare della patria a Roma. Se un ragazzo di oggi si fermasse anche solo pochi minuti sotto questi cipressi, capirebbe che il sangue di Luigi ora scava nelle nostre vite, costringendoci a domandarci se ne siamo degni. Cosa diversa da quei tweet preparati da mercenari asociali che, nascosti nell’ombra, assistono i loro datori di lavoro, politici subumani. Insieme manipolano emozioni e reazioni di cittadini cavie, distruggendo tutto quello che i ragazzi sepolti all’ombra della basilica di Aquileia avevano provato a tenere insieme.

Non possiamo rassegnarci all’idea di essere finiti in mano a dei poveri disgraziati, inadatti, fuori dalla corrente vitale dell’altruismo, mostri cui basta alludere, prendersela con gli altri, creando le basi per una psicosi collettiva, intrisa di deliri persecutori, che generano senza posa nemici ideali additandoli agli adepti.

Resta da capire come sia potuto accadere, come sia stato possibile passare da Luigi Lauricella agli analfabeti, culturalmente, civicamente e politicamente. Barbari senza risposte, il mondo è troppo complicato per le loro misere teste, che si accontentano di prendere il disagio e la rabbia dei cittadini, di scendere nelle sentine dell’ignoranza, fino a raggiungere gli istinti peggiori, a cominciare da quelli territoriali, poi mischiare tutto, ricavandone un proiettile da sparare contro ogni accenno di umanità. Questo non può averlo inventato la Rete, era già nelle viscere dei mostri, ma la tecnologia utilizzata in maniera antisociale, inutile nasconderlo, può avviarci verso un processo distruttivo senza precedenti, mettendo le nostre vite in mano a comici bipolari, venditori di bibite, che pensano di riscattarsi indossando giacca e cravatta, nonché razzisti dall’animo violento e distruttivo, che vivono l’avatar creato per loro da altri mostri, a pagamento.

Nel cimitero di Aquileia vi sono gli anticorpi per questa deriva, in un luogo cosi discreto e nascosto, le cose riprendono tutta la loro essenzialità e ci fanno vergognare per avere permesso alla malattia di infiltrare così a fondo le istituzioni. Le stesse per le quali Luigi Lauricella e i suoi amici, quando non avevano ancora completato la muta vocale e non sembravano abbastanza adulti per fare sul serio, si erano impegnati per erigere un crinale netto tra chi davvero ama il Paese e chi lo vuole usare per curare le proprie frustrazioni, anche a costo di negare diritti inalienabili, su base geografica e cromatica.

 

                                                                    Domenico Barrilà

 

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