Per tutto il resto, c’è MasterCard

Un collega rifiuta di comprare lo smartphone. Gira con un vecchissimo telefono cellulare, di quelli che andavano una quindicina di anni fa, sempre senza credito, tanto che il suo gestore lo inonda di messaggi per dirgli che i suoi 2 centesimi non sono sufficienti a compiere operazioni. Non solo, questa persona non possiede neanche un indirizzo mail, quando gli ho detto che io ne ho sei mi ha guardato come se fossi un po’ alieno e, forse a ragione, un po’ stupido.
Gli ho chiesto più volte come mai abbia scelto di vivere in una condizione che a me sembra medievale, la risposta è stata semplice, non ritiene che smartphone e posta elettronica gli servano, ma non vuole nemmeno che “loro” controllino continuamente i suoi spostamenti e le sue attività.

L’idea che mi sia venuto da chiedergli conto della sua scelta è, a ripensarci oggi, di per sé interessante. Non mi sognerei mai di chiedere a una persona perché abbia deciso di vivere senza un’automobile o un televisore, il fatto che l’assenza di uno smartphone abbia attivato la richiesta, e il giudizio di “anormalità” che l’ha accompagnata, dice molto su quanto questi strumenti siano entrati a far parte in maniera pervasiva della nostra idea di vita, forse addirittura di corpo.
La questione che mi preme approfondire, però, è relativa alla sua risposta, alla non celata paranoia indirizzata verso un aspecifico gruppo di persone interessato a scandagliare le nostre esistenze fin negli angoli più remoti con fini, va da sé, non coincidenti con i nostri interessi.

Mi sono domandato spesso come sia cambiato il valore che attribuiamo alla privacy negli ultimi anni e, indubbiamente, c’è una questione generazionale che non possiamo ignorare. Io ho 34 anni, il mio collega supera i 50, quando parliamo è evidente a entrambi che ci sono cose che per lui rappresentano gravi violazioni della sfera privata che per me fanno invece parte, ignorate, del paesaggio.
Per non stare sul vago, il fatto che la mia posizione sia costantemente ricavabile tramite lo smartphone che porto in tasca, rende bene l’idea.
È così fra me e lui, immagino ci sia una simile differenza fra me e gli adolescenti di oggi anche se la pletora di quaranta, cinquanta, sessantenni che pubblicano sui social network immagini anche molto private deve metterci in guardia dal pericoloso istinto a semplificare.
Certo è che quello che chiamiamo privacy è un recinto i cui confini sono costantemente in fase di ridefinizione e forse è anche per la liquidità che ormai caratterizza la parola che la notizia di un accordo fin qui segreto tra Google e MasterCard per tracciare gli acquisti fatti nei negozi fisici americani è passata sui quotidiani e sui più importanti siti di informazione senza suscitare sostanzialmente reazioni.

Vediamo in cosa consiste l’accordo. Di fatto MasterCard, forse insieme ad altri fornitori di carte di credito, non è ancora chiaro, passerebbe a Google le informazioni riguardanti tutti gli acquisti che i possessori delle sue carte effettuano nei negozi fisici americani. Google, a sua volta, elaborerebbe poi tutte queste informazioni e le venderebbe agli inserzionisti.
Si tratta, come è facile immaginare, di dati preziosissimi, un giacimento in grado di dare enormi vantaggi commerciali alle aziende che sono in grado di pagarsi l’accesso e che possono mettere mano a una montagna di informazioni fondamentali per azioni di marketing sempre più personalizzate e, plausibilmente, efficaci.
Niente di drammaticamente diverso da ciò che accade ogni giorno online, con la differenza che lì ce l’aspettiamo, mentre in questo caso il torrente è uscito dagli schermi per invadere le strade e i negozi di calce e mattoni intorno a noi.

È già molto serio, vale la pena ricordarlo, che nessuno sembri aver percepito la necessità di avvertire i clienti di ciò che stava accadendo, ma la cosa veramente grave e che, anche a notizia pubblicata, le due società si siano limitate a dire che i dati raccolti sono crittografati, resi completamente anonimi e aggregati in modo da rappresentare nient’altro che tendenze statistiche.
Una spiegazione furba che non rende conto della negligenza informativa e che cerca di nascondere il senso di questa raccolta dati sotto il cappello apparentemente rassicurante dei dati aggregati in forma anonima.

Invece il problema sta proprio qui, nell’aggregazione.
Né a Google né ai suoi inserzionisti, naturalmente, interessa sapere cosa compri io, Luciano, quando vado nel negozio di scarpe vicino casa.
Luciano non è importante di per sé, lo è per le caratteristiche che lo definiscono, quelle di un uomo bianco, di 34 anni, laureato, progressista, abitante nella provincia di Milano, psicologo, appassionato di tecnologia, assiduo lettore e tutte le possibili caratteristiche che vi possono venire in mente.
Prima di questo accordo l’unica informazione che Nike poteva conoscere era il numero di paia di scarpe che un negozio aveva venduto.
Aggregando migliaia (milioni) di dati sulle transazioni Google può ora vendere agli inserzionisti una profondità informativa che nessuno prima aveva potuto offrire. Può dire a Nike che gli uomini simili a Luciano tenderanno a comprare con più probabilità un paio di scarpe fatte in un certo modo e non in un altro, in una fascia oraria e non in un’altra, dopo aver mangiato un certo tipo di cibo e non un altro, in un negozio allestito in un certo modo, con un certo tipo di commesso o commessa, con un certo tipo di pubblicità sulle vetrine e così via.
Attenzione, fin qui si tratta di esclusivamente di dati ricavabili dalle transazioni effettuate con carta di credito, provate a immaginare che cosa può conoscere, e vendere, un colosso come Google che oltre a ciò che comprate ha a disposizione tutti i dati che ricava dalle attività online vostre e di altri utenti simili a voi (le ricerche che fate, le informazioni e le immagini che pubblicate o che semplicemente salvate sul suo servizio cloud, le email che scambiate, i dati sul vostro corpo che affidate allo smartphone…).

Gli esiti di questo gigantesco processo di elaborazione di dati sono misteriosi per tutti, credo che in fondo neanche Google e i suoi ingegneri abbiano bene in mente dove questa strada ci porterà. Uno dei possibili futuri potrebbe vedere un tessuto commerciale costruito per coltivare specifiche nicchie di mercato, naturalmente se dovessero rivelarsi sufficientemente remunerative. Quindi non più negozi genericamente “per gli sportivi”, ma negozi diversi per gli sportivi come Luciano, per quelli come Paola e per quelli come Davide. Il rovescio della medaglia è che potrebbero sparire i negozi, o i prodotti, dedicati a profili, dietro cui sarebbe importante ricordare che si nascondono sempre delle persone, poco interessanti dal punto di vista commerciale.

Ma questo è solo uno dei possibili futuri, forse neanche il peggiore.
Quello che ora, nel presente, dovrebbe preoccuparci è l’idea che il futuro lo stiano costruendo pochissimi attori dalla forza economica difficile da contrastare anche per gli stati, e che lo stiano facendo senza darci tutte le informazioni cui avremmo il diritto e che dobbiamo pretendere di avere, indipendentemente dal significato che attribuiamo alla parola privacy.

 

Luciano Barrilà

Autore: Luciano Barrilà

Psicologo. Sono socio di Pares, società cooperativa in cui mi dedico allo studio dell'innovazione sociale e dei rapporti in continua evoluzione tra esseri umani e tecnologie.

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