Il virtuale accelera la morte della Chiesa, ma Dio (se c’è) non si rassegna.

Una delle vittime illustri dell’accelerazione impressa al mondo dalla virtualità, sembra essere la Chiesa cattolica. Intendiamoci, il digitale non inventa i problemi, compresi quelli degenerativi, li fa solo andare più veloci.
La tentazione di incidere sulla realtà senza pagare dazio, di essere potenti senza alzare il sedere dalla sedia, oltre a creare certi mostri che ci governano, arma la mano anche ai chierici, anzi più facilmente ai chierici che, essendo generalmente vicini alla figura di don Abbondio, si sentono al sicuro dietro le tendine.

Nel mese di luglio mi trovavo ad Assisi, tenevo un piccolo seminario a qualche decina di persone. Dopo il lavoro mi è stata offerta una visita presso le chiese di San Damiano e Santa Chiara. Confesso, detto da laico, di avere provato una certa commozione pensando alla trascrizione di questa religione operata da San Francesco, così lontana dalle penose guerre tra bande in atto da anni, figlie delle frustrazioni di uomini piccoli, che parlano di cose che non capiscono e vedono nella Chiesa una delle tante occasioni di carriera che offre il mercato, per molti di loro la sola.

Il tema apparente è la pedofilia, grimaldello per atterrare papa Francesco, uomo anziano, stanco e sicuramente scioccato da ciò che gli è toccato vedere tra le mura vaticane in questi anni. A Carlo Maria Viganò, intervistato e velocemente diffuso attraverso la rete, delle vittime della pedofilia interessa poco o nulla, sa benissimo che si tratta di una delle tante conseguenze di regole del gioco folli, disumane, decisamente stupide e impossibili da rispettare, che proprio i clericali come lui non voglio toccare, per convenienza personale. Sanno, il modesto Torquemada di Gaggiano e i suoi sodali, che se la chiesa non fosse celibataria, non sarebbero mai diventati preti. Il celibato possiede, infatti, tra le tante controindicazioni, un effetto pesante, anzi micidiale, quello di contrarre la platea dei candidati, cosicché, dopo che il mondo si è scelto il meglio, il primo raccolto, la Chiesa entra nel campo a spigolare ciò che è rimasto.

Da genitore mi spiace dire questo, ma in una collettività fondata sulla divisione dei compiti, il prete dovrebbe incarnare quasi una figura ideale. Fantascienza, purissima. Il problema viene risolto con una finzione, una delle tante, considerare le persone problematiche solo una minoranza. Conosco le parrocchie italiane discretamente. Cento conferenze all’anno da trent’anni a questa parte, di cui almeno un terzo commissionate da soggetti cattolici. Migliaia di conversazioni con seminaristi, consacrati, ma anche personale religioso che non è mai entrato nel mio studio.

Papa Francesco non è dotato di un carattere conciliante, forse non è neppure una persona simpatica, ma è indubbio che sia stato paracadutato nel mezzo di un inferno dantesco, quello che è accaduto negli ultimi anni lo dimostra senza dubbio alcuno. Mi ricorda, il Pontefice, il povero marito di una mia paziente, sceso a prendere le sigarette e rimasto vittima del fuoco incrociato di due bande rivali.
La sua presenza, tuttavia, è stata determinante, avendo funzionato come un gigantesco test proiettivo, in cui ciascuno è stato costretto a rivelarsi, prendere posizione, così è venuta fuori la realtà. Francesco, non certo intenzionalmente, rischia di provocare davvero uno scisma, perché la Chiesa oggi non è attrezzata per reggere il Vangelo. Ma uno scisma generato dalla pastorale dell’attuale Pontefice, sarebbe davvero salvifico per una Chiesa capace di progettare la beatificazione di don Luigi Giussani e di dare ascolto a personaggi folcloristici come Kiko Arguello, che attribuisce il femminicidio alle donne incapaci di sottomettersi a un patto d’amore obbligatorio e perenne.

Le parole di Gesù, pronunciate quando quasi nessuno sapeva leggere e scrivere, sono state in grado di anticipare di millenni le trappole in cui la Chiesa e tutti noi siamo incappati, il suo diritto a essere rispettato se l’è conquistato sul campo, prima che sulla croce. È stata preciso quanto un modello matematico sofisticatissimo, ma per avvicinare il suo esempio occorrono dei giganti che oggi i seminari non sono in grado di ospitare e, tantomeno, formare.
Se non salta il tappo del celibato la Chiesa non può sperare in alcun futuro e, quello che è peggio, rischia di giocarsi pure il presente. I segni dei tempi sono impietosi, popolati da vescovi che piangono e mettono le puntine da disegno sulla sedia del Papa, perché non sono diventati cardinali, e di consacrati allo sbando, sottoposti a discipline surreali e, almeno oggi, inapplicabili.

Francesco può fare una sola rivoluzione, restituire la Chiesa alla propria umanità. Se rinuncia a questo compito sarà dimenticato presto.

 

                                                               Domenico Barrilà

 

 

 

 

8 pensieri riguardo “Il virtuale accelera la morte della Chiesa, ma Dio (se c’è) non si rassegna.”

  1. La Chiesa fondata sull’ “opera” della vita di Gesu’ Cristo a Lui dovrebbe rimanere vicina nelle azioni e nei pensieri; ogni volta che uno o più elementi che la compongono si allontana dal celibato ,si allontana purtroppo anche dalla vita e celibato di Gesù Cristo. Probabilmente all’uomo comune non è dato sapere il legame che dovrebbe esistere tra il celibato dei preti (veri) e Cristo.

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    1. Ottimo articolo speriamo papa Francesco tenga duro….e smascheri questa parte marcia della Chiesa di pedofilia e carrieristi che allontanano le persone da Gesù e i bravi laici….

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      1. Il Papa, caro Giuseppe, è anziano e stanco, i marpioni lo stanno accompagnando all’uscita. A loro basta aspettare. Speriamo in qualche guizzo che ci sorprenda.

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  2. Caro Domenico, come sempre la tua è una disamina lucida e tremenda, ma profondamente realistica!
    Come operaio di questa Chiesa spero davvero che non accada di vederla sparire come una delle tante ideologie di cui è pervasa la storia dell’uomo. Le parole di Gesù a Pietro per me sono una garanzia (Matteo 16:18 “Le porte degli inferi non prevarranno”).
    Detto questo sono d’accordo con te quando inviti la chiesa a recuperare la propria umanità. Spesso si percepisce come nella chiesa ci sia come una forma di potere che quasi degenera a dominio sulle persone; addirittura la sfera emotiva viene in un qualche modo posta sotto una particolare sorveglianza, quasi si volesse dominare la persona.
    Tempo fa’ leggevo un libro interessante di cui riporto integralmente alcuni stralci e che ritengo molto vicini a ciò che tu riporti nel tuo articolo:
    “Ma le norme più rigide che la Chiesa cattolica ha stabilito per il clero, si oppongono proprio all’amore, e questo in primo luogo non per evitare eventuali implicazioni ed esplicazioni sessuali, ma per il semplice fatto che l’amore è il sentimento più forte in assoluto. L’amore è il nemico più pericoloso di ogni sistema totalitario. Il criterio migliore per capire fino a che punto un dato gruppo sociologico sia totalitario o meno, è appunto l’atteggiamento di tale gruppo nei confronti dell’amore…
    La cronica mancanza di sentimenti, o più precisamente, il fatto che i chierici non sono autorizzati a esprimere i loro sentimenti rimossi e nascosti dietro le norme del loro ruolo, non produce solamente frequenti frustrazioni reciproche e offese patogene nell’ambito dei contatti personali, ma determina uno specifico distacco tra l’intera esistenza clericale, da una parte, e la sfera delle emozioni, dall’altra, in quanto i chierici sono sempre costretti a fuggire dal pericolo di fare sul piano emozionale delle esperienze “troppo” intense. Per vedere che le cose stanno effettivamente così, basta osservare il modo in cui i chierici si trattano vicendevolmente, e come si comportano proprio in quei casi in cui potrebbero affrontarsi come persone private. Un paradosso sta nel fatto che a causa della funzionalizzazione di tutti gli interessi della vita sul piano umano non ci si incontra mai. Anzi, non esiste neppure il legame emotivo del cameratismo che in una situazione simile unisce per esempio i soldati, i quali sanno che in una situazione di pericolo ognuno è assolutamente dipendente dagli altri…
    (E. Drewwermann, Funzionari di Dio)
    Parole che non posso non condividere.

    d. Andrea

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    1. Caro Andrea, come sai considero il cristianesimo una risorsa enorme per il genere umano, a patto che rimanga vicino al regolamento di condominio, che è il Vangelo. Le parole di Gesù, che sia Dio o meno, sono sempre segnate da intuizioni profetiche, come il passaggio deve ricorda che il seme (il sacerdote) per portare frutto deve morire nel solco.
      Evidentemente sapeva bene quali bipedi sarebbero entrati nel suo pollaio.
      Ricordo che Drewermann, da te citato, è un sacerdote illuminato, costretto a uscire dalla Chiesa, proprio dall’ottusità di personaggi come quelli che ora attaccano il Papa e poi vanno a nascondersi, con la scusa che la loro vita sarebbe in pericolo.
      I consacrati possono distruggere la Chiesa ma detengono anche il potere e la responsabilità di salvarla, ve ne sono tanti, come il nostro comune amico, giovane, minato da una malattia grave e dolorosa, che invece di lagnarsi incrementa la propria fede, facendo riflettere chi lo avvicina e costringendo anche me a pormi domande.

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