Matteo Renzi. Effimero (e rovinoso) eroe del web

Quando dalla finzione delle piattaforme digitali si torna alla realtà situata, i fenomeni acquistano la loro vera dimensione e gli individui ridiventano ciò che erano. Se c’era solo passione, ricordava Jerome K. Jerome, passata quella non resta niente. Una metafora del breve volo di Matteo Renzi, oggi tenuto politicamente in vita solo dai complici, di cui aveva riempito le liste per la festa del 4 marzo, ma finalmente atterrato, sebbene il diretto interessato non sembri avvedersene e continui a sbattere le ali sull’asfalto, dato che il circuito della ricompensa, drogato da successi inauditi ma illusori, è in crisi di astinenza. Qualunque cosa abbia fatto di buono nella parentesi governativa, sparisce di fronte al cumulo di rovine che rimane del partito che imprudentemente gli fu affidato. 

Ora, tutti coloro che vorrebbero tornare a votare il Pd, sperano che quest’uomo, dall’autostima immotivatamente esagerata, possa occuparsi di attività più vicine alle proprie inclinazioni. Si parla di un futuro televisivo, sarebbe perfetto, in fondo è un prodotto dei media, vecchi e nuovi. Poca sostanza, molta scenografia, narcisismo saturo di materia oscura, nel senso che la parte visibile è solo un frammento di quella totale, di cui nessuno conosce la reale estensione.  Declino giusto, di chi trattava a sputazzate amici e nemici, alla maniera di Gaston, il prepotente de “La bella e la bestia”, uccidendo un’ideale di convivenza e le speranze di milioni di persone che vi erano attaccate.

Per fortuna il web consuma rapidamente, e quest’uomo passa con la stessa velocità con cui è riuscì a sfruttare le falle percettive dalla comunicazione incorporea. In questo senso la rete è democratica, nelle sue piste anche un amputato può vincere i 100 metri, battendo il record del mondo. Basta imbroccare la parolina magica, ieri era “rottamazione”, avremmo dovuto intuire che faceva rima con “distruzione”.

Poi, per fortuna, c’è la realtà. Si fa attendere, ma alla fine, impietosa, arriva e ci indica che il modo migliore per comprendere le intenzioni e il funzionamento di costoro consiste nel rovesciarne le affermazioni di 180 gradi. Se annunciano che in caso di sconfitta se ne tornano a casa, significa che non ce li toglieremo più di dosso. Se rivelano che non si occuperanno più del partito, stanno riaffermando che si tratta di una loro proprietà e nessuno può strappargliela, altrimenti si portano via le chiavi. Se piagnucolano pubblicamente di avere solo 15 mila euro sul conto in banca, possiamo aspettarci che comprino una villa di quasi un milione mezzo di euro. La verità è un fastidio per politici e comici, oramai avvinti in un destino comune.

Fare gli arroganti quando si è responsabili della perdita di oltre metà dei consensi di un partito fondamentale per la salvaguardia della democrazia, richiede una dose di faccia tosta spaventosa o forse qualcosa di più serio, che sarebbe bene indagare e mettere sotto controllo. Sperare nei fedelissimi è inutile, sono liberi quanto i membri di una setta, del resto sotterrare una tradizione così solida richiede una dose di veleno impossibile da trasportare per un solo uomo, quand’anche così presuntuoso.

La distruzione, deliberata e scientifica di un partito, significa azzerare anche l’idea di interesse comune, perché è il partito a custodirla. Tolta di mezzo questa, rimane la legge della giungla, dove ognuno pensa a se stesso e alla personale sopravvivenza politica, asservendosi al leader, che proprio liquidando il partito era diventato il padrone della vita e della morte, unico pertugio verso una carica pubblica o uno strapuntino purchessia. Una replica di ciò che abbiamo già visto accadere due volte, quando si generarono vittime illustri, come il socialismo italiano e la destra moderata, lasciando i migranti nelle fauci degli squali e il futuro del Paese in balia di violenti e improvvisatori. Cause remote ma certe.

In entrambe le circostanze l’assassino non era stato il web, stavolta pare proprio di sì, avendo inventato di sana pianta un personaggio non dissimile da quelli che oggi governano il Paese, fatti della stessa pasta, animati dalla medesima velleità e accomunati dall’identico vuoto. Questi ultimi, proprio perché in debito di competenze e di equilibrio, presto seguiranno analogo destino e così sarà fino a quando non capiremo sulla nostra pelle che il cammino per formare una leadership deve passare da montagne più aspre, dove si incontrano persone mature, risolte, non ex bambini viziati o trascurati, che usano i cittadini come comunità terapeutica e considerano i diritti una concessione episodica e arbitraria, legata agli umori e non ai testi scritti col sangue.

 

Domenico Barrilà

 

4 pensieri riguardo “Matteo Renzi. Effimero (e rovinoso) eroe del web”

  1. Come sempre , o quasi sempre, sono perfettamente d’accordo su quanto scrive. Mi chiedo se non sareb be una buona idea fare leggere queste considerazioni al personaggio che le ha generate.

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    1. Caro Vittorio, temo che del nostro pensiero, che è quello di due padri di famiglia, al nostro uomo non importi nulla. Non ascolta, questo è il suo problema, Forse dovremmo parlare coi suoi genitori, ma sono propenso a credere che non ci caveremmo molto di più.

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  2. Domenico carissimo, sono d’accordo su tutto. Temo però che, allo stato, il tema sia: il Paese è in una condizione drammatica … vive una vita che non potrebbe permettersi e non riesce a determinare dinamiche adeguate e necessarie per la costruzione del futuro. Cosa possono fare gli uomini e le donne che vogliono andare oltre l’incidenza che determinano (o credono di determinare) nel proprio particolare? Io temo molto l’immediato prossimo futuro …

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    1. Carissimo Andrea, questa catastrofe, a cui pagheremo prezzi enormi, è la conseguenza della pochezza umana e politica dei predecessori. Non è vero che sono tutti uguali, ci mancherebbe, ma distinguerli non è facile, così prevalgono coloro che, giusto o sbagliato che sia, si caratterizzano. Le dittature iniziano sempre alla stessa maniera, ti seducono con una grammatica elementare, chiara, che arriva a tutti e permette di scegliere solo tra due tasti, il bene e il male, levandoti la fatica di pensare. Adesso ci siamo, con l’aggravante che la scenetta del poliziotto buono (il M5S) e del poliziotto cattivo (la Lega) sembra molto riuscita e moltiplica il consenso, ma posso garantirti che è finta. Non ci sono poliziotti buoni in questo caso, c’è soltanto una grande capacità, tipica dei mediocri, di pescare negli istinti, nelle emozioni, nei bisogni degli sconfitti e dei deboli, millantando soluzioni e risposte che non sono in grado di produrre.

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