L’anima in 140 caratteri

Trovo che la fantascienza sia un notevole pretesto per speculare su di noi, e mi piace molto vedere come, dopo qualche decennio di esplorazioni su mondi lontani, scoprendo civiltà aliene e in qualche modo inventando il futuro, il genere abbia fatto ritorno a “casa”, forse la sua vera casa: il cuore dell’uomo.
Un ritorno che aiuta a domandarsi, e a domandarci, cosa ci renda umani, come se, una volta visto molto di quello che c’era da vedere lontano da qui, sia tornata la consapevolezza che il mistero più grande cammini ancora, inesplorato, su questo mondo alieno, la Terra.

Arrival, film del regista canadese Denis Villeneuve, nonché Storia della tua vita, il racconto di Ted Chiang da cui è tratto, sono tra gli esempi più recenti e interessanti di questo movimento volto a rimettere l’uomo in cima ai nostri ragionamenti.
La trama (di fantasia), che vede per protagonista una linguista alla prese con uno sconosciuto idioma alieno, ruota intorno alla teoria (reale) sviluppata da altri due linguisti, Sapir e Whorf, i quali sostengono, cito da Wikipedia, che lo sviluppo cognitivo di ciascun essere umano sia influenzato dalla lingua che parla. Nella sua forma più estrema, questa ipotesi assume che il modo di esprimersi determini il modo di pensare.
Si tratta di una teoria affascinante, in parte confermata da ricerche successive.

Arrival, e la teoria che ne è alla base, mi sono tornati in mente nel giorno dell’anniversario della legge 194 che, quarant’anni fa, ha depenalizzato e regolamentato l’interruzione volontaria della gravidanza.
Nell’inevitabile fiume di commenti sui social network, ormai superficie su cui si specchia continuamente, spesso deformandosi, la realtà, mi sono imbattuto in questo tweet.

 

Il tema sarebbe fra quelli da trattare con toni diversi, molto diversi.
La consapevolezza che un’esperienza così radicale, capace di investire in maniera tanto profonda l’anima e il corpo di una donna, non possa risolversi a colpi di tweet, dovrebbe essere tra le competenze basilari di chiunque abbia chiaro che i confini del mondo sono più grandi del proprio punto di vista. Invece, non solo si cerca di confinare l’universo dentro una biglia di vetro, ma si banalizza la questione con un hashtag, #hoabortitoestobene, espressione di una strafottenza che supera la stessa violenza, censurando i prezzi, insopportabili e perenni, pagati dalle donne che fanno ricorso all’IVG.

Gli hashtag, nati in maniera quasi casuale come parole chiave per dare ordine alle discussioni su Twitter, sono rapidamente finiti nel frullatore riduzionista dei social network, diventando accette per dividere il mondo e, più spesso, alzare muri inutili, mettendo gli uni contro gli altri e riducendo questioni complesse, talvolta molto complesse e drammatiche, alla logica binaria del bianco o nero.

Quello visto poco sopra è un piccolo esempio, ma è in buonissima compagnia.
Il neoministro Salvini, cuore di tenebra, usa gli hashtag per aggredire ogni giorno una nuova categoria di persone, solitamente pescata tra quelle più deboli. L’ex premier Renzi, un altro per cui l’adolescenza non dev’essere stata lieve, fa la stessa cosa dividendo quotidianamente il mondo fra i buoi che non comprendono il suo genio e gli illuminati che ne colgono la grandezza perché sono #altracosa.

 

 

Se un antropologo del futuro dovesse studiare ciò che siamo oggi, usando come fonte i social network, potrebbe credere che la nostra società fosse un’organizzazione consumata da una guerra perenne, combattuta a colpi di hashtag.
Ogni questione, piccola o grande, viene ridotta a due opzioni, anche quando non sarebbe possibile, anche quando non ha alcun senso farlo e tutti, che lo vogliano o meno, vengono messi da una parte o l’altra del campo. Cercare di argomentare è un esercizio inutile, perché l’inerzia provvederà comunque a collocare qualsiasi ragionamento in uno dei due cassetti.

Il filo che lega tutto questo con la buona fantascienza e con la teoria di Sapir e Whorf si trova qui, in questa inarrestabile semplificazione linguistica, che si trasforma immediatamente in una semplificazione del ragionamento e della realtà, banalizzando entrambi.
Se tutte le parole che abbiamo a disposizione sono hashtag allora per poter parlare del mondo abbiamo bisogno di ridurlo a categorie che con degli hashtag possano esserne espresse e, giorno dopo giorno, finiremo per pensare come parliamo, per poverissime parole chiave. Un processo già in atto, vista la costante contrazione del numero di vocaboli usati dai ragazzi (e dagli adulti).
Da qui a convincersi che problemi epocali e sistemici, come quello delle migrazioni, si possano risolvere #chiudendoiporti o #aprendoiporti il passo è davvero brevissimo, ma ancora più breve è il passo verso la convinzione letale che, stando così le cose, per essere un buon leader politico basti essere una presenza brillante sui social network.

 

Immagine di apertura di Jon Tyson

2 pensieri su “L’anima in 140 caratteri

  1. mattiacoti ha detto:

    Ciao Luciano, sono d’accordo. L’impoverimento del linguaggio e l’abuso di etichette – perché di questo si tratta quando parliamo di hashtag – hanno come diretta conseguenza la polarizzazione del discorso e l’inasprimento delle posizioni su qualsiasi tema.
    La cura non può passare attraverso altre etichette, ma può sfruttare il dialogo, l’aumento di termini di spieghino meglio i concetti, ragionamenti logici e non sillogismi e nuovi modi per abituare le persone a leggere oltre i titoli e gli hashtag.
    Ciao!

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