Vaccini: quando troppa informazione equivale a nessuna informazione

Se la puntata di Report andata in onda lunedì 17 aprile ha avuto un merito è stato quello di farci tornare a parlare di vaccini.

In Italia se ne parla moltissimo ma l’impressione è che la grande quantità di informazioni a riguardo stenti a produrre comportamenti conseguenti se è vero, come è vero, che diverse malattie considerate debellate stanno tornando a farci compagnia e se gli Stati Uniti hanno inserito l’Italia nell’elenco delle destinazioni “a rischio” per il morbillo, patologia che in questo inizio di 2017 ha registrato nel nostro paese un aumento dei casi pari al 230% rispetto allo stesso periodo del 2016.

Nel suo libretto Punto, da poco edito da Il Mulino, Paolo Pagliaro riflette tra le altre cose proprio sul fatto che la grande quantità di informazioni cui abbiamo accesso, enormemente più ampia rispetto al passato, non sia mai riuscita a produrre l’effetto che si dava per scontato, vale a dire la messa in atto di decisioni più informate e ponderate da parte delle persone. Lungi dall’aver dato il via a una nuova età dei lumi l’overdose informativa non è invece riuscita neanche a mettere un freno allo straripare di teorie cospirazioniste e antiscientifiche, che anzi godono di ottima salute aiutate dalla grancassa messa gratuitamente a disposizione dai social network.

Di fronte alla crescente dose di rumore informativo Pagliaro, ma non è il solo, suggerisce alcune misure di buon senso per affrontare con consapevolezza il problema proponendo di limitare la fruizione di queste piattaforme basate sul continuo scambio di brandelli di informazione non significativa e coltivando invece momenti, non necessariamente offline, in cui dedicarsi alla riflessione e all’approfondimento.

Confesso che in questi giorni sto ragionando con attenzione sull’idea di rivedere (e come) la mia presenza sui social network. Lo sto facendo prima di tutto per me stesso, perché mi rendo conto che trascorro su Facebook e Twitter una quantità di tempo fortunatamente non esagerata ma significativa ed è un tempo, questo, in cui per quanto mi sforzi fatico a trovare elementi di utilità. Inoltre capisco che la mia capacità di attenzione ne viene fortemente influenzata, si spezzetta, viene ridotta e compressa, tanto che lo standard imposto dalla manciata di secondi che su Facebook si dedica a un post ha finito per imporsi ben oltre i confini del social network blu e mi rendo conto influenzi quotidianamente la mia capacità di restare concentrato quando leggo un articolo, online o su carta, in questo senso poco importa, più lungo di dieci righe.

Mentre scorro la mia bacheca mi imbatto in messaggi di chi prende e rilancia in maniera irresponsabile le dis-informazioni sui vaccini e, poco dopo, in un commento pesantissimo del virologo Roberto Burioni, che da tempo si impegna in un’opera di informazione e sensibilizzazione sul tema.
Leggendo la selva di commenti e contro-commenti non posso fare a meno di domandarmi se chiudere il mio account non possa considerarsi una scelta comoda, deresponsabilizzante, l’abbandono di un campo in cui invece ognuno di noi avrebbe il dovere di essere presente e attivo, cercando di mettere a disposizione il proprio tempo e le proprie competenze come antidoto alla superficialità e alla disinformazione.

Forse, invece, i social network strutturati sul modello di Facebook e Twitter, ed è una specificazione importante, perché non tutti lo sono, rappresentano semplicemente il luogo sbagliato per affrontare in modo completo e approfondito un qualunque argomento, per limiti e caratteristiche specifici delle loro modalità di fruizione derivanti da scelte progettuali molto precise.

La verità è che ancora non lo so, cerco però di pormi domande, mi sembra un buon punto di partenza.

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