Le fabbriche di bufale e noi

Jonah Lehrer è un giovane saggista americano, dopo la laurea alla Columbia University ha lavorato nel laboratorio di Eric Kandel e ora si occupa di psicologia e neuroscienze. (Wikipedia)

Recentemente Codice Edizioni ha pubblicato il suo ultimo libro, Sull’amore, che si apre con una nota molto particolare dell’autore. Questa.


57 -Ronson_140_210_DEFConoscevo la storia di Lehrer per averla letta in un altro bel libro Codice, I giustizieri della rete, tutto centrato sulle conseguenze dell’odio online.

Nel suo volume, Jon Ronson raccoglie un’ampia casistica di vite rovinate a seguito di “sentenze” emesse dalla rete e dai suoi abitanti spesso fuori controllo e una delle vicende che più mi ha impressionato è stata proprio quella di Lehrer e del suo viaggio all’inferno.

L’evento da cui tutto prende il via è un articolo pubblicato su Tablet Magazine. L’autore, Michael Moynihan, è un grande fan di Bob Dylan e durante la lettura del libro di Lehrer Imagine: how creativity works, si imbatte in una citazione del cantante che attira la sua attenzione. Le parole che legge gli suonano strane, non si ricorda che Dylan le abbia mai dette ed è facile per lui verificare che, in effetti, è proprio così.

Cerca quindi di mettersi in contatto con Lehrer che prima risponde in maniera gentile cercando di fornire spiegazioni rispetto alle fonti che avrebbe consultato e poi, incalzato dall’insistenza di Moynihan, crolla ammettendo le sue bugie.

Lo scambio di mail e di telefonate tra i due è teso e realmente carico di dramma. Lehrer è consapevole di aver commesso un errore gravissimo per chi lavora nell’ambito della conoscenza, un errore che rischia seriamente di minare per sempre la sua credibilità, compromettendo in maniera irreparabile la sua carriera, e lo stesso Moynihan, che di questo è pienamente consapevole, non sa che fare. Pubblicare il suo articolo significa fare un servizio alla verità, ristabilire i fatti per come sono realmente andati, ma significa anche esporre un uomo e la sua debolezza a conseguenze potenzialmente rovinose.

E così, alla fine, sarà. L’articolo esce, altre scorrettezze di Lehrer vengono alla luce e lo scrittore finisce esposto senza protezione alla violenza del giudizio e alla conseguente vergogna.

La storia è riportata da Ronson in maniera dettagliata e carica di pathos e il racconto mette il lettore davanti al difficilissimo compito di tenere insieme la giusta necessità che le bugie e le manipolazioni dei fatti vengano smascherate con il senso di pietà e compassione che non si può non provare di fronte alle pesantissime conseguenze personali e professionali che Lehrer ha dovuto affrontare.

La vicenda è interessante sotto molti aspetti e si presta certamente a fare da spunto per una riflessione sui meccanismi dell’odio online. È un tema attuale e sul quale torneremo, ma questa volta vorrei soffermarmi brevemente sulle conseguenze che il vero e il falso hanno in rete.

Negli ultimi mesi il tema delle cosiddette “bufale” è salito con forza alla ribalta a seguito delle accuse rivolte da più parti all’influenza che le false notizie avrebbero avuto nella battaglia per le elezioni presidenziali vinte da Donald Trump (LINK).

In Italia, per tornare in casa nostra, torna ciclicamente in auge la discussione sull’esistenza di siti collegati al Movimento 5 Stelle carichi di false notizie e improbabili teorie complottiste in grado di portare al movimento visibilità, elettori e denaro (dirompente è stato, a riguardo, l’articolo apparso su Buzzfeed).

Recentemente sul blog di Paolo Attivissimo è stata pubblicata un’inchiesta in più parti (QUI la prima) che mira a smascherare un sistema organizzato di generatori di bufale che portano soldi a chi ne tira le fila e influenzano il sentiment di chi utilizza la rete senza applicarvi il necessario approccio scettico in relazione a tutto ciò che legge.

Indipendentemente dal contenuto delle singole vicende, ciò che mi colpisce è il completo scollamento tra le conseguenze di una identica violazione compiuta in contesti diversi.

Ciò che ha fatto Lehrer non è molto diverso da quello che fanno quotidianamente i produttori di false notizie online, tuttavia l’esito delle loro azioni non può essere minimamente paragonato.

Lo scrittore americano ha pagato un prezzo salatissimo per i suoi falsi, un prezzo che l’ha messo ai margini del suo ambiente professionale, ha inciso pesantemente sulla sua vita personale, ha richiesto anni perché potesse tornare a sperare in una sorta di riabilitazione e a una carriera di saggista che comunque resterà per sempre macchiata da ciò che è accaduto.

Online è tutta un’altra storia. Le false notizie consumano quotidianamente il loro effetto, vengono condivise sulle bacheche e nei tweet di milioni di persone senza che nessuno risponda mai delle sue azioni. Gli stessi utenti che danno forza a questa fabbrica di bugie condividendone i prodotti avvelenati sui propri spazi online non percepiscono la gravità e l’effetto moltiplicativo che il loro atto produce e la cosa più incredibile è che spesso si tratta di persone che mai ammetterebbero un tale grado di approssimazione e mancanza di opportune verifiche nella loro vita “offline”.

Si parla sempre più spesso della necessità di obbligare Google, Facebook, Twitter e gli altri attori in gioco a occuparsi direttamente del controllo di ciò che viene pubblicato sulle loro piattaforme ma, sebbene la loro collaborazione sia fondamentale e la battaglia impossibile da vincere senza il loro aiuto, questo rappresenta e rappresenterà sempre solo un piccolo pezzo della soluzione.

Come spesso accade su questo blog torniamo anche questa volta al ruolo della responsabilità personale che ognuno di noi esercita nel momento in cui condivide una notizia online. Quello del fact checking non è un compito semplice, richiede qualche piccola competenza e, soprattutto, lo sviluppo di un olfatto sufficientemente sensibile da riuscire a sentire la puzza di bruciato anche solo leggendo il titolo di una notizia. Molto di tutto questo è figlio dell’esperienza e di un esercizio il cui impegno mal si sposa con la dimensione temporale dei social network, così centrati sul qui e ora, tuttavia l’educazione all’utilizzo consapevole della rete passa prima di tutto da qui. Le conseguenze delle false notizie raramente sono dirette e immediatamente visibili e forse è anche questo che contribuisce alla leggerezza con cui le si condivide, ma è sufficiente un minimo di attenzione per ricostruire la catena che lega le cause agli effetti per scoprire che le ricadute esistono e spesso hanno una dimensione tale da toccare la vita di molti.

La non immediatezza del fact checking, tuttavia, è a sua volta solo una parte del problema e il fenomeno della diffusione di bufale ha raggiunto dimensioni troppo grandi perché tutto si possa spiegare semplicemente con un deficit di competenza.

Entrano in gioco, a mio avviso, almeno un paio di dimensioni psicologiche importanti che rendono complicato spezzare il meccanismo alla base della circolazione di false notizie, soprattutto di quelle che lasciano intravedere complotti più o meno importanti. Si tratta del desiderio di appartenenza e del locus of control.

Ne parleremo nel prossimo post.

*questo post è stato pubblicato originariamente su L’Indro, che ringraziamo per l’ospitalità.

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