Dal Big Mac ai Big Data

Ho deciso che avrei iniziato a correre quando mi sono accorto che la bilancia lanciava scricchiolii e che il numero di cifre a sinistra della virgola si stava pericolosamente avvicinando a tre.

Da buon trentenne tecnologico ho immediatamente preparato una playlist con le canzoni adatte alla corsa e scaricato tre o quattro app dedicate all’allenamento. Ho provato le più famose (Runtastic, Runkeeper, Google Fit…) e quelle dai nomi più accattivanti (Corri una tre chilometri, Corri una cinque chilometri, Comincia a correre…), alla fine la scelta è caduta su quella il cui nome giocava in maniera equilibrata su motivazione e senso di colpa: Correre per dimagrire.

Non nascondo che la maggior parte dell’entusiasmo vissuto fosse indirizzato a questa fase di scaricamento e test, non certo all’idea di mettermi a correre.

Ad ogni modo, le applicazioni per la corsa sono fantastiche. Misurano la strada percorsa, il ritmo mantenuto, le calorie bruciate, visualizzano sull’immagine satellitare il tracciato percorso e misurato tramite GPS, ti motivano in maniera gentile ma decisa (Continua così! Bravo! Ottimo lavoro! Sei a metà strada! – tutto con il punto esclamativo), forniscono piani di allenamento adatti alle esigenze di tutti, addirittura mettono a disposizione delle audiostorie pensate per accompagnare in maniera “interattiva” l’allenamento. Si va dalle più rilassanti gite in città fino alle entusiasmanti fughe da vulcani in fiamme. Per ora, però, niente vulcani in fiamme. Quello che posso permettermi è una placida rampa di scale dal garage al mio appartamento senza farmi venire il fiatone.

Una cosa che mi piace della corsa è che come tutte le attività monotone permette di liberare i pensieri, che si spostano così in maniera casuale (ma chissà poi se è casuale davvero) da un’idea all’altra.
Uno di questi salti mentali mi ha portato alla memoria un piccolo saggio di Evgenij Morozov letto qualche mese fa e dedicato al tema dei big data.

Quello che il politologo russo sottolineava è che dando il permesso a queste applicazioni di registrare i miei movimento sto di fatto consegnando nelle mani di chi le produce una serie di dati personali che, insieme a quelli di altri milioni di utenti, formano una banca dati di dimensioni colossali sulle abitudini delle persone.
In effetti i produttori dell’app che utilizzo (ma il discorso vale anche per Google, dato che il mio telefono Android registra costantemente quello che faccio) hanno pieno accesso a informazioni solo apparentemente prive di valore. Sanno se faccio attività fisica, quanta ne faccio, di che tipo, dove la faccio e con quali risultati. Si tratta di un pezzetto di informazione che, a livello più alto, è possibile mettere insieme ad altri pezzetti per creare un quadro inquietantemente preciso di chi sono io.

Le foto che pubblico su Instagram o Facebook quando sono a tavola forniscono indicazioni su quanto mangio e su quello che mangio (a proposito, lo sapete che Google sta sviluppando un algoritmo che permette di riconoscere COSA è presente in una foto?), l’utilizzo di Waze, comodissimo navigatore per auto, permette di profilare in maniera dettagliata le mie abitudini di guida, dunque permette di sapere se sono un guidatore prudente, se rallento in prossimità delle scuole, se uso la macchina anche quando non ce ne sarebbe bisogno, e così via.

Intendiamoci, io ADORO le applicazioni che ho citato.
Mi piace sfogliare le immagini che i miei amici pubblicano su Instagram, mi sento motivato dalla mappa che mi mostra quanto ho corso e quante calorie ho bruciato, trovo comodissima la possibilità di cercare tutte le foto che ho scattato alla mia gatta semplicemente scrivendo “gatto” nella barra di ricerca di Google Foto, e non potrei più fare a meno di Waze e della sua capacità di rimodulare il percorso sulla base dei dati in tempo reale sulle condizioni del traffico.
Non credo neanche che dietro a questo quadro ci sia la consapevole volontà da parte delle grandi dell’hi-tech (Google, Amazon, Apple, Microsoft) di creare un sistema globale di monitoraggio e sorveglianza. Più facile che l’idea sia quella di creare servizi comodi per gli utenti finali, e in effetti lo sono, e redditizi per le aziende, e lo sono moltissimo, senza un grande ragionamento sulle conseguenze di natura socio-politica a lungo termine che si stanno apparecchiando.

Da utente stimolato da “polemisti” informati, però, non posso evitare di pormi delle domande sugli effetti che queste banche dati potrebbero produrre se i governi non saranno in grado di anticipare il futuro adeguando le loro legislazioni a quello che il domani sembra prefigurare.
Per fare un esempio pensiamo alla sanità.
In Italia siamo poco abituati a parlare di assicurazioni sanitarie ma i tempi cambiano e potrebbe trattarsi di una realtà con cui avere a che fare in futuro.
Morozov cita proprio le compagnie assicurative per segnalare che fra non molto potrebbero rifiutarsi di stipulare polizze o chiedere premi molto alti se il richiedente dovesse avere livelli di attività fisica considerati poco soddisfacenti. Il discorso è applicabile in maniera identica alle assicurazioni automobilistiche se dovessero guadagnare l’accesso ai dati ricavati da Waze e derivare così il nostro fattore di rischio da una quantità di fonti informative enormemente più ampia rispetto a quella, molto limitata, cui hanno accesso oggi.

Al di là dei casi specifici, il tema di chi possa avere l’accesso ai nostri dati e, soprattutto, di cosa possa farci è il terreno su cui si costruirà la società del futuro. Non è detto che i cambiamenti siano tutti, in assoluto, negativi e anzi la società nel suo complesso potrebbe raggiungere livelli di benessere superiore (un maggior controllo potrebbe obbligare le persone a mettere in atto comportamenti virtuosi, abbattendo il numero di incidenti automobilistici mortali, o la percentuale di patologie cardiovascolari). Il problema è che fra gli ingranaggi della società ci sono i granelli come noi, persone singole e uniche, che rischiano di farsi stritolare dalle ruote della storia se i governi non saranno in grado di bilanciare il bene della società con il bene dei singoli cittadini. Due insiemi che condividono larga parte delle loro aree, ma che conservano parti di autonomia inconciliabili su cui sarebbe il caso di riflettere attentamente.

Io, intanto, continuo a correre. Se non altro perché mi aiuta a pensare.

P.S.
Mi viene in mente solo ora, a post chiuso, che questo blog si chiama “Correre Pensando”. Una coincidenza curiosa, ma anche la conferma che il nome scelto è quello giusto.

2 pensieri riguardo “Dal Big Mac ai Big Data

  1. questo blog mi ha attirato sin dall’inizio per il suo titolo, infatti da quando la mia vita si è intensificata per impegni lavorativi e familiari, l’attività del “correre” è diventata indispensabile. il momento in cui intraprendo questa attività, lo considero da un lato un lusso, dall’altro un’esigenza fondamentale per pensare. In questi momenti la mia mente comincia a lavorare in un modo, libero (Come lo è il correre all’aperto, nelle mie stradine di campagna) e quindi maggiormente creativo. Infatti è proprio durante la corsa che arrivano le idee migliori. sembra che la mente agisca come fa di notte, ha bisogno della corsa, come del sogno per riordinare e creare nuovi panorami, nuovi schemi.
    Per quanto riguarda la presenza del “grande occhio” sulle nostre abitudini, è vero, e mi chiedo in effetti questa mole di dati che arriva, come verrà gestita? Già molte assicurazioni ‘auto lavorano installando sistemi satellitari sulle auto che “osservano” se siamo o meno guidatori virtuosi, variando di conseguenza il premio.
    per ora l’effetto positivo è che mia madre, che vive con l’imperativo categorico del risparmio è riuscita con questo sistema a mettere da parte le sue velleità di Ferrarista abbracciando un modello di guida che può essere solo quello di una “pandista”

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  2. Caro Luciano,
    con il tuo articolo – racconto hai toccato un argomento spinoso e importante, che oggi solo alcuni ben informati sul tema (vedi Morozov) conoscono.
    Credo tu abbia centrato il punto con il verbo bilanciare (giuro, nessun riferimento all’attività di corsa!): hai detto benissimo, credo di poter dire oggettivamente che le app che hai citato hanno funzioni parecchio apprezzabili, a volte mi stupiscono davvero; pensa: l’altro giorno mi sono dimenticato di accendere Runtastic prima di una biciclettata, ma ci ha pensato Google Maps, senza chiedermi alcuna autorizzazione, a indurre (o dedurre matematicamente) non solo il percorso, ma il fatto di averlo fatto in bici.
    Perché ci sia un sistema sano tra avanzamento tecnologico, profitti (esistono e non sono necessariamente un male), usabilità e soprattutto diritti delle persone, serve proprio un bilanciamento.
    Oggi più che mai, gli studiosi di diritto, i costituzionalisti, gli informatici, gli psicologi e molte altre figure devono porsi domande e dare risposte che garantiscano la libertà, ma senza che ci siano sbilanciamenti dannosi per la società.
    C’è molto da fare, forse tenendo quello che di buono c’è nei disfattisti e anche nei tecnoamanti.
    Un caro saluto

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