Tre domande a…Aidan Chambers

Tre domande a…serve a uscire dal blog, a impedirgli di diventare semplicemente il punto di vista dei titolari.
Ci siamo detti che ci servivano pensieri pensati da altri, persone che come noi sono state investite dal digitale mentre abitavano un mondo diverso. Vogliamo capire come quest’ospite invadente è entrato nella loro vita e nel loro lavoro, nella loro arte e nella loro scrittura, quali corde tocca e cosa promette per il futuro.

L’ospite di questa settimana è Aidan Chambers, pluripremiato scrittore inglese.

Cari Domenico e Luciano,
le mie scuse per aver impiegato così tanto tempo per rispondere alle vostre domande. Stavo lavorando a un lungo articolo quando è giunta la vostra mail. L’ho messa da parte, poi l’ho dimenticata a causa della mia età! Per fortuna che Gabriela me l’ha ricordata. Cosa farei senza di lei!

Ecco le mie risposte, spero vadano bene!

Grazie a voi per avermi invitato a contribuire al vostro blog.  Aidan

In queste parole semplici e sincere c’è una bella scintilla di Aidan Chambers, grandissimo scrittore per ragazzi, conoscitore inarrivabile del loro animo profondo, ma prima ancora uomo gentile, curioso, disponibile, amichevole. Sarebbe lungo raccontare tutto ciò che lo scrittore britannico riassume nel proprio talento o i prestigiosi riconoscimenti ricevuti, ma chi avrà la pazienza di cimentarsi nella lettura dell’intervista concessa al nostro blog non si accontenterà, vorrà conoscere le sue opere. Chi invece le ha già lette avrà voglia di rileggerle.

Un grazie affettuoso a Ornella Faranda, fondamentale nella traduzione dei testi, e alla comune amica Gabriela Zucchini.

Della tua produzione abbiamo sempre apprezzato la grande attenzione che hai posto al tema dell’identità, rendendola centrale assai prima che l’irruzione del digitale nella vita dei ragazzi ne facesse un tema di enorme attualità. Ci piacerebbe sapere da dove nasce la sensibilità verso questo lato dell’umano.

Fin da quando ero un bambino di circa 8 anni sono stato interessato alle domande: “Chi sono io?”, “Come faccio a saperlo?”, “Perché sono come sono?”, “Chi e che cosa voglio essere e come faccio a diventare quella persona?”

Tutto questo è andato di pari passo con la sensazione che ho dall’infanzia di non appartenere a questo posto.

Con “questo posto” intendo il mondo come noi lo conosciamo. Quando la gente parla delle proprie radici, dei luoghi a cui appartiene, io non ho idea di che cosa stia parlando.

Non so dire perché questo sia accaduto. Quello che so è che la mia crisi spirituale, un’apparizione (come io la definisco), si è verificata quando avevo 15 anni. Due esperienze hanno dato vita a questa crisi, e sono avvenute entrambe nello stesso periodo. Una è stata la lettura di un particolare libro, l’altra la prima esperienza di una rappresentazione di una commedia di Shakespeare. Il libro era il romanzo “Figli e amanti” di D.H. Lawrence. La rappresentazione era Macbeth.

Il libro ha avuto due effetti. In primo luogo vi ho trovato per la prima volta un personaggio che era esattamente come me e viveva la sua vita e cresceva nel romanzo proprio come vivevo la mia vita e crescevo io.

Il secondo effetto aveva a che fare con la narrazione della storia (il modo in cui è stata costruita) e con il linguaggio con cui era raccontata (linguaggio del tipo che ho usato e con cui ho pensato). Si tratta, naturalmente, della storia del figlio di un minatore che cresce in un villaggio minerario inglese (ndr Aidan è figlio di un minatore). La storia di un ragazzo della classe operaia che è stato educato fuori della sua cultura e che in qualche modo “trova se stesso”. Una storia di riconoscimento – ri-conoscimento: scoprire che ciò che non sapevi lo sapevi già. Il vecchio tropo greco.

Anche la rappresentazione ha avuto due effetti. Innanzitutto, il parlato e la lingua scritta. Mi ha affascinato. Per la prima volta ho capito il potere del linguaggio e di come può essere usato. E, più importante di tutto, come può far sconfinare la persona che lo utilizza. Il secondo effetto è che ho trovato in Shakespeare una consapevolezza con la quale mi sono sentito come a casa.

“Consapevolezza” è diventata per me una parola chiave, un’idea fondamentale. Ho cominciato a capire che la cosa più importante nella letteratura -la letteratura che conta per te- è la consapevolezza dell’autore-all’interno-del-libro.

Come si pensa e ci si sente, ciò che si pensa e si sente, come si esprime ciò che si pensa e ciò che si sente. La propria percezione. Una consapevolezza con cui si vuole stare in compagnia. Questa è l’idea della lettura e della letteratura che il critico americano Wayne C. Booth chiama “la compagnia che abbiamo”.

Non mi sento come a casa nel mondo, ma ho tanti compagni. Alcuni di loro sono autori dei libri -opere teatrali, romanzi, racconti, poesie, diari, lettere, e altri tipi di scrittura personale- che mi aiutano a dare un senso a me stesso e al mondo. E gli altri sono i lettori, che sono compagni perché trovano questi stessi autori una questione essenziale e importante per loro.

Ho cercato di essere un autore sin da quando avevo 15 anni, subito dopo aver letto “Figli e amanti” e dopo aver visto Macbeth. Naturalmente, ciò che mi interessava allora, e che mi interessa ancora, sono domande che hanno a che fare con l’identità e la coscienza e le associazioni tra le persone che noi chiamiamo “amore”. L’Amore, naturalmente, assume varie forme. Ho sempre scritto sulle varie modalità, forme ed espressioni dell’ “amore”. E tutti i miei personaggi sono alla ricerca. Alla ricerca del loro “sé” – della loro “anima”, della “essenza del loro essere”. Alla ricerca del loro compagno amorevole. E alla ricerca della loro “casa”.

In “Cartoline dalla terra di nessuno”, uscito in Italia nel 2007, il tema della rivelazione di sé acquista un fascino struggente, ci fa vedere nell’adolescenza l’affascinante potenzialità delle cellule staminali, che in una certa fase sono neutre e in seguito possono specializzarsi, differenziarsi e diventare tante cose. Però in quello stadio di neutralità c’è una potenzialità illimitata che poi la crescita in qualche modo confinerà. Se ti va, prova a definire l’adolescenza con una breve pennellata.

Sto imparando dai neuro-scienziati come il cervello si sviluppa durante l’adolescenza. L’adolescenza è “l’età compresa tra”, il periodo di passaggio tra l’infanzia e l’età adulta. Alcuni scienziati suggeriscono che si tratti del periodo più importante della vita umana. Durante questo periodo il cervello cresce e cambia come non ha mai fatto durante l’infanzia e come non farà più in età adulta, scartando i percorsi e le connessioni non necessarie, rafforzando quelli essenziali, aprendone di nuovi, facendosi più efficiente, più complesso. Un aspetto importante di questo periodo è lo sviluppo della vita emotiva.

Tende ad accadere più velocemente alle ragazze rispetto che ai ragazzi.

Lo sviluppo della sessualità ha una grande influenza. Si sviluppa (o non si sviluppa) la sensibilità morale. L’auto-riflessione diventa ossessiva. La questione del sé e di ciò che il sé è occupa una grande parte del pensiero e delle preoccupazioni adolescenziali. È durante l’adolescenza che il carattere – l’essere della persona – si forma nella sua coscienza.

E stiamo imparando che la lingua e il suo uso hanno un’enorme influenza. In effetti, sembra che la lettura concentrata e silenziosa sia uno dei processi più complessi nel cervello. La scrittura e la lettura sono conquiste molto tardive (molto recenti) nell’evoluzione umana.

E non sono geneticamente programmate, ma sono invenzioni degli esseri umani. Sono pertanto caratteristiche culturali e non biologiche. Il che significa che devono essere “inventate” da ogni cervello umano dopo la nascita, e che questo accade per trasmissione culturale – per imitazione e pratica.

Il mio sviluppo personale come lettore e scrittore, e come persona, è un esempio di tutto questo. Fino all’età di circa 14 anni ero solo funzionalmente alfabetizzato ed ero privo di alcuna cultura letteraria nella mia famiglia o nel mio quartiere. Poi ho incontrato un insegnante che mi ha introdotto il mondo della cultura – la lingua, la letteratura, il teatro, la musica. (Non le belle arti, che sono arrivate più tardi, quando avevo 20 anni). E grazie a questo insegnante ho trovato la lingua, gli autori, i libri, ecc, che sono i miei “compagni”. Non è una sorpresa, quindi, che la mia scrittura sia incentrata su questa fase della vita.

La rivoluzione digitale allarga lo spazio personale dei ragazzi, permette loro di rendere infinito il palcoscenico su cui si muovono, ma forse incrementa anche il pericolo di smarrirsi. Ti saremmo grati se ci dicessi cosa pensi di questo nuovo scenario e dell’interazione con il mondo interiore degli adolescenti, della sua influenza con la costruzione dell’identità, tema a te molto caro.

Ogni volta che nella storia dell’umanità vi è stato un importante sviluppo nella tecnologia dei mezzi di comunicazione, nuove forme d’arte sono apparse e vecchie forme d’arte si sono evolute.

Un esempio: l’arrivo dei caratteri mobili e della stampa. Prima, tutto doveva essere scritto a mano. Questo significava che era impossibile produrre tante copie, e quelle che potevano essere prodotte erano molto costose.
La stampa e i caratteri mobili hanno permesso di produrre tante copie ad un costo molto inferiore per ogni copia.

Ciò ha avuto due effetti.
Ha aperto le porte ai nuovi lettori. E ha reso facile scrivere e pubblicare libri lunghi. Il risultato è stato l’evoluzione del romanzo (racconti lunghi) come forma d’arte.

A mio parere, lo sviluppo della tecnologia digitale di comunicazione (computer, tablet, telefoni cellulari, elaboratori di testo, ecc) è un cambiamento così grande che porterà all’invenzione di nuove forme d’arte letterarie e il linguaggio evolverà con esse.
Già assistiamo, per esempio, allo sviluppo di racconti molto, molto brevi (chiamati Flash Fiction), che si adattano agli schermi di telefoni e tablet.
La combinazione di forme, parole, immagini in movimento, ecc ecc, sta già creando una nuova arte.

L’evoluzione e l’invenzione di queste nuove forme potranno essere raggiunte più probabilmente e con più facilità dai giovani, perché sono nati con questi nuovi mezzi di comunicazione, e sanno come manipolarli.

I giovani stanno già utilizzando il linguaggio in modo diverso.

Questi nuovi sviluppi avranno un effetto sul cervello e il corpo. Un semplice esempio. Il pollice si sta già modificando nei giovani a causa del fatto che viene usato per toccare i “tasti” sullo schermo di un telefono mobile o tablet.

Ancora più importante, possiamo vedere svilupparsi nel cervello di un giovane la capacità di gestire più azioni allo stesso tempo, cosa che non poteva essere fatta prima con questa facilità. Per esempio, un adolescente può ascoltare musica, scrivere messaggi di testo e usare altri mezzi di comunicazione social, guardare un video e fare i compiti per la scuola, tutto contemporaneamente.

Il cervello si sta aprendo a nuovi percorsi e nuove complessità grazie alle tecnologie disponibili che spingono verso un utilizzo simultaneo.

Io sono troppo vecchio per prendere parte a questa evoluzione perché non sono in grado di gestire la tecnologia. È troppo tardi perché il mio vecchio cervello possa adattarsi. In altre parole: non mi è possibile “pensare in quel modo” (tecnologico).

Quello che mi interessa ora è come l’arte che utilizza i vecchi mezzi di comunicazione – il libro stampato – possa essere “rinnovata”. Il vecchio non viene sempre reso superfluo dalle nuove tecnologie. Si passa spesso attraverso un periodo di reinvenzione.

Questo viene fatto identificando cosa è peculiare, speciale e prezioso nelle vecchie forme e ciò che manca nelle nuove.

Quando questo avviene la vecchia forma si aggiorna e cresce. (Questo è quello che è successo con la pittura dopo l’invenzione della fotografia.)

Quando il cinema è stato inventato e si è reso disponibile al pubblico – nel 1900 – James Joyce ha aperto uno dei primi cinema a Dublino. Quello che ha imparato guardando film lo ha incorporato nell’ “Ulisse”, un romanzo che ha fatto evolvere le opere letterarie e che le ha “rinnovate”.

La medesima cosa deve accadere ora al libro stampato.

So di giovani scrittori ventenni che stanno pensando a questo e lo stanno facendo. È possibile che a causa dello sviluppo digitale vedremo l’emergere nei prossimi 20 anni o giù di lì di una letteratura rinnovata e vivace sia in forma digitale che nella forma del libro stampato.

Noi siamo ciò che parliamo, ciò che leggiamo, e ciò che scriviamo. Noi siamo i soggetti del linguaggio. La lingua ci rende quello che siamo e ci aiuta a diventare quello che possiamo essere.

Ma è un sistema amorale. Consente allo stesso tempo di far diventare il cattivo ancora peggiore, e il buono ancora migliore.

La domanda “Chi e che cosa voglio essere e perché?” rimane centrale. Come ogni bambino sa, la domanda ‘Perché?’ è la domanda più importante che un essere umano possa fare.

La letteratura cerca di esplorare e suggerire le possibili risposte.

È una storia senza fine.

Aidan Chambers

Schermata 2016-03-08 alle 22.22.09Aidan Chambers, nato a Chester-le-Street nel 1934, è uno dei più grandi autori inglesi.

Dopo essere stato insegnante, nel 1969 fonda insieme alla moglie la casa editrice Thimble Press, e da allora si dedica a tempo pieno alla scrittura.

Le sue opere sono considerate un caposaldo della letteratura per ragazzi, e sono state insignite dei più importanti premi del settore, tra cui la Carnegie Medal e il premio Hans Christian Andersen.

2 pensieri su “Tre domande a…Aidan Chambers

  1. Ho avuto la fortuna di conoscere Aidan Chambers durante una serata che ha tenuto in Italia.
    Me ne sono innamorato, perché con mio grande stupore ho scoperto che lui, insieme a pochi altri scrittori, riesce a cogliere, rappresentare e scrivere direttamente a me, secondo modalità simili rispetto a quelle che lui stesso ha elencato.
    Oltre a Cartoline dalla terra di nessuno, che ha parlato in modo diretto e con estrema delicatezza alla mia adolescenza passata e travagliata, ho apprezzato Quando eravamo in tre, ma preferisco il titolo originale: The toll bridge, Il ponte a pedaggio.
    Lo ritengo un bravissimo “pittore del lato delicato e fragile dell’animo umano”, di quella parte che si fa le domande esistenziali con grande coraggio e sensibilità.
    Lo ringrazio per questa bella, bella intervista e grazie a tutti, dagli autori del blog a chi ha aiutato per scrivere e tradurre.

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