Tre domande a…Giovanni Del Ponte

Tre domande a…serve a uscire dal blog, a impedirgli di diventare semplicemente il punto di vista dei titolari.
Ci siamo detti che ci servivano pensieri pensati da altri, persone che come noi sono state investite dal digitale mentre abitavano un mondo diverso. Vogliamo capire come quest’ospite invadente è entrato nella loro vita e nel loro lavoro, nella loro arte e nella loro scrittura, quali corde tocca e cosa promette per il futuro.

L’ospite di questa settimana è Giovanni Del Ponte, autore di numerosi libri per ragazzi.

Il tema dell’utilizzo responsabile delle tecnologie è uno dei centri attorno a cui è nato il progetto Correre pensando. Tu hai scritto e scrivi molto per i ragazzi, la fascia di età oggi più a rischio di impattare le tecnologie senza il necessario bagaglio di competenze preparatorie.
Vorremmo sapere se come autore, ti poni dunque il problema di “educare” i tuoi giovani lettori e in che modo affronti questa sfida.

Nell’impiego delle nuove tecnologie vedo due aspetti nettamente contrapposti: quello positivo è rappresentato dall’aumento delle possibilità lavorative e di socializzazione per i nativi digitali. Sono infatti numerosissime le nuove professioni legate all’informatica e, di conseguenza, le opportunità per una ragazza o un ragazzo di trovare un lavoro interessante, così come, attraverso i social media, si possono creare rapporti d’amicizia e scambi culturali, anche con persone molto distanti.

Quello negativo, riguarda l’autoreclusione in un mondo virtuale e lo scollamento dalla realtà.

Nel 2005, quando scrissi la quarta avventura degli Invisibili, L’enigma di Gaia, fu proprio ispirandomi agli articoli che mi avevano molto impressionato sugli hikikomori, che creai il personaggio di Otaku, un ragazzo esperto informatico, ma privo di una vita sociale. Ho poi ripreso e sviluppato in maniera diversa la figura dell’hikikomori, rendendola stavolta un personaggio femminile nel mio ultimo libro, La ragazza fantasma.

Uno dei vantaggi delle nuove tecnologie, che trovo particolarmente utile per ragazze e ragazzi, è la maggiore possibilità di sentirsi parte in causa in avvenimenti di rilievo. Un tempo, per fare valere i propri diritti o lottare per degli ideali, ci si dava appuntamento nelle piazze e si manifestava nei cortei. Oggi le piazze sono state sostituite, in parte, dalla Rete e la possibilità di essere sempre in contatto con gli altri ci ha reso una massa critica in grado di esercitare una pressione più rilevante su chi ci governa o sulle politiche delle multinazionali. Quando ero ragazzo, credevo che per incidere sul destino del mondo occorresse disporre di molto potere o fantasticavo su come la nostra vita avrebbe potuto migliorare se fossero esistiti i supereroi. Oggi ritengo che, grazie alle nuove tecnologie, ciascuno di noi possa informarsi e agire scelte consapevoli, a partire dal consumo responsabile. Il potere più grande, nella società dei consumi, è appunto il potere di acquisto. I minorenni non hanno potere di voto, ma di acquisto sì e proprio per questo c’è un fortissimo condizionamento attraverso la pubblicità, che è ovunque, martellante e sui giovanissimi ha una maggiore presa.

Si cerca di far credere loro che saranno più felici se, anziché cittadini con diritti (e doveri), potranno considerarsi come clienti con buoni servizi. Mi sembra questo il rischio maggiore da cui devono guardarsi.

PC, Mac, iPhone, smartphone, tablet… sono solo strumenti. Sta alle persone decidere che uso farne e vale anche per ragazze/i, che possono scegliere se essere cyberbulle/i o cyberattivistie/i.

Sempre ne L’enigma di Gaia, ho introdotto il gruppo di cyberattivisti WebTV BoyZ (che si ispirano alle azioni nonviolente degli attivisti di Greenpeace), giovani che utilizzano i nuovi media in modo positivo e costruttivo. I lettori li hanno apprezzati e così sono stati promossi a protagonisti assoluti nel successivo thriller fantascientifico Acqua Tagliente (De Agostini, 2008).

Da autore, avverto una grande responsabilità rispetto al contenuto dei romanzi che propongo ai miei lettori, ma per me le storie non devono essere trattati di etica e di morale. Il didascalismo racchiude in sé il rischio dei dogmi: quello di soffocare il percorso di crescita personale. Le storie fluiscono attraverso di noi per vie non razionali. Il loro scopo non è di trasmettere informazioni o azzardare soluzioni. In noi che le veicoliamo, e poi in chi ne fruisce, devono semmai suscitare Grandi Interrogativi, darci uno scrollone, indurre in noi uno scarto, un risveglio, un’illuminazione. Attraverso i personaggi, possono fornirci esempi e, come in una realtà virtuale, farci sperimentare i rischi delle nostre scelte e delle conseguenze, ma al sicuro della nostra stanza.

Nel mio piccolo, cerco d’informarmi, di conoscere nuovi punti di vista, di frequentare ambienti e persone diverse, di risvegliare la mia consapevolezza. Provo a sviluppare una maggiore capacità di ascolto e a pensare e agire secondo i principi della nonviolenza.

Se ci riuscirò, le mie opere ne saranno arricchite senza che me ne renda neppure conto. Se invece il mio sentire non sarà autentico, potrò infarcirle degli insegnamenti più elevati, ma appariranno prive di mordente.

Mi piace concludere utilizzando l’epitaffio di David Bowie: «I don’t know where I’m going from here, but I promise it won’t be boring» («Non so dove sto andando, ma vi prometto che non sarà noioso»).

Il primo volume de “Gli invisibili” è datato 2000, l’ultimo 2013.
Un’era geologica in cui è letteralmente cambiato il mondo della comunicazione. Nel 2000 non esistevano gli smartphone, non esistevano i social network, i computer connessi a Internet erano una frazione di quelli che si muovono oggi per la rete.
Grazie ai tuoi libri sei entrato in contatto con i ragazzi di allora e quelli di oggi. Noti differenze nel loro modo di rapportarsi alla lettura e quali traiettorie immagini per il futuro?

Se noto differenze? Mi trovo nel pieno di una bella crisi creativa!

Scherzi a parte, sono certo che la lettura continuerà ad assicurarsi la sua fetta di affezionati, ma come fenomeno di massa di appena un centinaio d’anni, invece, mi sembra evidente che stia perdendo attrattiva, rispetto alle immagini in movimento.

Me ne rammarico, perché ormai non si contano gli studi che provano come, laddove la lettura è più diffusa, aumenti anche la capacità d’introspezione e d’immedesimazione negli altri, oltre ad accrescersi considerevolmente la ricchezza economica…

Quello che però mi preme davvero è che le storie continuino a sopravvivere, a prescindere dal mezzo espressivo, e questo mi pare garantito.

Intravedo tuttavia un altro dilemma. Il fatto che i giovanissimi siano stati scoperti dall’industria come obiettivi sensibili di informazioni pubblicitarie, ha indotto ad adeguarsi anche il mondo dell’intrattenimento. Mentre io da ragazzo leggevo gli stessi libri e fumetti o vedevo gli stessi film dei miei genitori, le nuove generazioni hanno a disposizione storie confezionate su misura, con un’offerta che oltrepassa di gran lunga la domanda e forse hanno meno curiosità da soddisfare. Di conseguenza, non sperimentano la fame di storie che invece pativo io. Storie che colmassero i vuoti nei palinsesti, senza i quali probabilmente non avrei nemmeno avvertito il bisogno di cominciare a inventarne di mie.

Per me, i film horror Universal degli Anni ’30 e ’40 erano dei classici da guardare con sommo rispetto. Oggi probabilmente penserei che sono solo vecchi, e gli spot mi avrebbero abituato all’equivalenza vecchio = superato, in contrapposizione a nuovo (di ultima generazione) = migliore.

Un mio coetaneo, che da anni insegna a Londra tecniche di narrazione, mi ha confidato che negli ultimissimi anni trova un’enorme difficoltà nel formare i giovani insegnanti, perché non conoscono i suoi riferimenti culturali e, di conseguenza, non lo capiscono. Ma, a loro volta, questi non riescono a formare quelli più giovani di loro, che li giudicano già superati, perché il gap generazionale si fa sempre più netto.

La perdita della capacità di comunicare fra generazioni, mi sembra una prospettiva più preoccupante ancora dell’utilizzo dei nuovi strumenti di comunicazione.

In questo contesto sto cercando di trovare una chiave per scrivere qualcosa di nuovo, che soddisfi tanto me quanto un nativo digitale, ma mi chiedo se non si tratti di una lotta impari.

Negli anni ’90 andavano di moda i libro-game, esperienze di lettura ramificata in cui il lettore veniva rimandato da una pagina all’altra a seconda delle scelte fatte, costruendo di fatto una sua narrazione non necessariamente sovrapponibile a quella degli altri lettori.
Oggi le tecnologie digitali offrono l’opportunità di fondere in maniera profonda l’interattività dei videogiochi con le caratteristiche peculiari dalla lettura. Si va da esperienze minimamente “aumentate” (penso ai libri con la possibilità di passare da una lingua all’altra, o con il testo recitato) a veri e propri esperimenti di interactive fiction. All’orizzonte i visori per la realtà virtuale lasciano immaginare la possibilità di calarsi completamente all’interno del racconto, con forme narrative ancora tutte da inventare.
Raccontaci se tu, come autore, trovi elementi di interesse in queste prospettive “futuristiche” e, nel caso, come immagini possano evolversi i tuoi libri nei prossimi anni.

Quando si sta attraversando un cambiamento epocale, come quello che affronta la nostra generazione, è difficile valutare in prospettiva.

Cercare di abbinare alla lettura immagini in movimento, musiche, piccole animazioni, come sovente ho visto fare, rischia di farla somigliare a una parente povera di qualcos’altro.

Forse il fumetto offre maggiore spazio alla sperimentazione. Per esempio, mi sembrano riusciti i webcomic To be continued, di Lorenzo Ghetti e gli Electricomics di Alan Moore, lavori sorprendenti e innovativi.

Seguo con curiosità esperimenti come i romanzi pubblicati a puntate su Twitter o via sms, ma sono operazioni che considero come una specie di gioco.

Ritengo che il libro di narrativa sia perfetto così com’è, ma che la lettura necessiti di tempi che sono difficili da trovare, nella frenesia del multitasking odierno, e io stesso mi rendo conto con rammarico di leggere meno di quanto vorrei…

Giovanni Del Ponte

© Paolo Bertino
© Paolo Bertino

Giovanni Del Ponte è uno scrittore di libri per ragazzi di Torino.

Fin da giovanissimo, si è appassionato alle storie in tutte le possibili forme: fumetti, cinema e letteratura in particolare.

Nel 2000 è stato pubblicato il suo primo libro e da allora la scrittura è diventata la sua professione, oltre agli incontri con i lettori.

Finora ha pubblicato sei romanzi della serie “Gli Invisibili” (De Agostini Editore), oltre che in Italia, in Belgio, Cile, Francia, Germania, Olanda, Spagna, Polonia, Russia, Turchia, Ucraina e Ungheria.

Ha inoltre pubblicato il thriller fantascientifico “Acqua tagliente” (2008, De Agostini Editore) e il racconto “La leggenda della masca Ciattalina”, nella raccolta “Tantestorie sul fiume” (2007, Ega Editore).

Il sito www.giovannidelponte.com

Sul sito Internet Giovanni Del Ponte approfondisce i temi affrontati nei libri, parla dei suoi romanzi, fumetti e film preferiti, dà consigli ad aspiranti scrittori. È inoltre possibile scaricare gratuitamente i primi tre capitoli di ogni romanzo, oltre a un capitolo audio e ad alcuni racconti. Sulla home-page del sito c’è anche una sezione appositamente dedicata a “insegnanti e bibliotecari”. L’indirizzo e-mail è giovannidelponte@gmail.com

2 Replies to “Tre domande a…Giovanni Del Ponte”

  1. Grazie Giovanni,
    Essenzialmente per la tua incertezza sul futuro alla quale mi accodo totalmente. Grazie per aver segnato come scrittore per ragazzi lo spartiacque tra noi e i nativi digitali, per aver confessato la tua crisi di creatività, per aver ammesso con grande onestà intellettuale che si procede per tentativi, e infine per aver detto che il romanzo è perfetto così come è , si può avere la pazienza di leggerlo assumendosi la responsabilità di trovare” il tempo”.Mi sento più incerta che mai, ma rincuorata da una visione comune

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  2. Buongiorno,

    mi accodo ai ringraziamenti e alle considerazioni di Daniela Bonanzinga fatte a Giovanni Del Ponte, ma anche agli autori del blog.
    Ho apprezzato il riferimento alla società dei consumi, che sta trasformando i più piccoli in compratori: vengo dal mondo delle telecomunicazioni, nel quale si stanno sperimentando piani telefonici e dispositivi per giovanissimi, con la scusa che è importante rimanere connessi ai genitori fin dalle elementari…questo ha profonde ripercussioni sui bambini-lettori, che da grandi saranno ragazzi-elettori.
    Un ottimo punto aver evidenziato la difficoltà inter generazionale, che soprattutto in questa epoca si è accentuata e in misura sempre più veloce: l’equazione vecchio = superato, nuovo = migliore si lega perfettamente alle considerazioni precedenti ed è un paradigma da scardinare, prima di tutto dal punto di vista culturale.
    Sono inoltre a favore di un uso responsabile della rete e il riferimento al fatto che ciascuno si possa informare in internet, citando il consumo responsabile come esempio, è una considerazione non di poco conto, visto che viviamo nell’era del sovraccarico di informazioni; credo che a questo si possa aggiungere una promozione di siti di valore, magari partendo proprio dal mondo dei bambini, per generare un circolo virtuoso e libero in rete, per suggerire una navigazione ricca di spunti in un percorso di qualità.
    Infine, come vado ripetendo, apprezzo quando ci si mette in gioco con qualcosa di nuovo pur tenendo fede ai propri principi: mi riferisco alla gameification, cioè all’uso come gioco (in questo caso di Twitter) per sperimentare romanzi a puntate, che possono essere una modalità ristretta, complementare e non sostituitiva dei romanzi classici.
    Un saluto

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