Tre domande a…Emanuela Bussolati

Tre domande a…serve a uscire dal blog, a impedirgli di diventare semplicemente il punto di vista dei titolari.
Ci siamo detti che ci servivano pensieri pensati da altri, persone che come noi sono state investite dal digitale mentre abitavano un mondo diverso. Vogliamo capire come quest’ospite invadente è entrato nella loro vita e nel loro lavoro, nella loro arte e nella loro scrittura, quali corde tocca e cosa promette per il futuro.

Prima ospite è Emanuela Bussolati, architetto, illustratrice vincitrice del Premio Andersen, autrice, curatrice di collane, esperta e attenta osservatrice del mondo dell’infazia.

Qual è oggi il rapporto tra la matita e gli strumenti tecnologici e cosa dobbiamo aspettarci da qui a cinque anni nel campo dell’illustrazione?

Matita e strumenti tecnologici sono comunque strumenti, cioè il mezzo per poter trasformare il pensiero in qualcosa di visibile e, magari, comunicativo. Li metto perciò sullo stesso piano. Con una piccola differenza, però non trascurabile. Lo strumento tecnologico deve guadagnare ancora un po’ in scioltezza, per quanto riguarda l’espressione artistica e grafica. Tirar fuori una matita e un blocchetto è ancora più immediato. Ma fra poco sarà presentata la grande invenzione della matita, appunto. Quella elettronica però. Perciò con l’app giusta e questa matita speciale, basterà avere in tasca un piccolo tablet e sarà facilissimo fare schizzi nel momento in cui l’ispirazione esplode.
Unico problema: l’energia. La matita reale si esaurisce in tempi più lunghi. Ma certo avere in un unico strumento l’intera gamma delle durezze, i pennelli, le varie tecniche… è un po’ avere la bacchetta magica. Certo con la magia si possono fare dei bei disastri estetici e comunicativi, tanto quanto con la matita. Ma si cancella prima.

La tecnologia può essere amica del talento. Mi chiedo se può inventare il talento.

La seconda domanda è più complessa. Il talento forse non si può sostituire ma è possibile sicuramente raccogliere una massa di dati enorme, che permetta ai cervelloni di identificare che cosa è definibile talento in una certa epoca. Mi spiego: la grafica e l’arte sono soggette a mode e variazioni dovute a gusti e pensieri che si evolvono in continuazione. Se un ipotetico robot raccoglie i dati di queste variazioni (cosa che avviene già in molti campi, soprattutto commerciali), è in grado di proporre all’utente la gamma di colori che viene percepita, in un certo contesto, come la più gradita, “bella” insomma. Può dare formati, tecniche che impostino già la base dell’artwork. In modo che lo “sbaglio”, se sbaglio è, venga ridotto.
Certo c’è una qualche differenza tra l’utilizzo sapiente delle tecniche e degli strumenti e la genialità. Quest’ultima è irripetibile e sorprendente. Ma poiché l’essere sorpresi fa parte del nostro DNA (la bellezza è negli occhi di chi guarda), non escluderei che possano uscire bellissimi artwork da un pensiero puramente virtuale.

La tecnologia corre rapidamente. Il 3D, dopo aver provato almeno due volte ad alzare la testa, sembra ormai confinato al ruolo dell’esperienza curiosa e di nicchia mentre all’orizzonte, un orizzonte molto vicino, si stagliano i primi visori per la realtà virtuale. Pensi che l’illustrazione bidimensionale corra qualche pericolo?

L’illustrazione corre sempre molti pericoli: primo fra tutti quello di essere considerata come gregaria al testo, malgrado – in una società basata sull’immagine – il suo peso sia notevole anche nelle vendite dei prodotti. Nel profondo, la bidimensionalità, la fotografia accompagnata al disegno, il 3D, l’immagine che ti viene incontro e ti stringe la mano, sono tutti tentativi di “controllare” la realtà e di giocare il ruolo del Dio creatore. Quello che rappresenti è “vero”. Comunque si impone alla attenzione. Viene catturato dagli occhi anche inconsapevolmente e da lì dentro lavora, anche a distanze temporali lunghe. Io penso che il segno si chiami così perché significa. Anche se non ha significato, lascia delle tracce. Allora forse dobbiamo piuttosto domandarci quali tracce lasciamo, quali contenuti. Malgrado l’invenzione di Gutenberg, ancora ci sono moltissimi appassionati di calligrafia nei vari stili. Se mi trovo in spiaggia e il mio tablet non è con me, perché teme la salinità, disegnerò sempre sulla sabbia o userò un pezzo di mattone per lasciare un segno su un sasso. Qualsiasi mezzo possa essere inventato, non credo che l’umanità possa frenare impulsi primordiali, come quello di produrre segni o suoni o rappresentazioni con qualsiasi oggetto. Abbiamo bisogno di raccontare e raccontarci e lo si farà fino a che esisteremo.

Emanuela…in parole sue!

PAO21709 (incontro 126, scrittorincittà 2015, SIC 2015)

La matita l’ho tenuta in mano da quando ce l’hanno messa. Prima disegnavo con il dito bagnato, su qualsiasi cosa. Ho studiato architettura per imparare a progettare. I bambini per capire la forza della vita. L’illustrazione, per raccontare. Invento, scrivo e disegno libri da più di quarant’anni e ho vinto diversi premi, cosa che dovrebbe darmi una certa sicurezza. Invece no. Mi sembra di dover scoprire ancora il più e di dovermi mettere di buona lena, se voglio arrivare a farlo con una certa consapevolezza. Mi interessa qualsiasi linguaggio narrativo, dalle immagini al teatro, al cinema ma soprattutto la relazione che si riesce a creare con i bambini, attraverso questi linguaggi.

3 pensieri riguardo “Tre domande a…Emanuela Bussolati

  1. Cari Luciano e Domenico, mi piace molto l’idea di poter “uscire dal blog”. E’ come uscire di casa, scendere nella piazza della propria citta’ o del proprio paese, incontrare la gente di sempre, un saluto, due chiacchiere….In questo modo siete riusciti ad abbattere il perimetro che delimitava cio’ che raccontate e proponete. Apprezzo le bellissime illustrazioni di Emanuela Bussolati, ma leggendo queste poche righe in cui si racconta, si impara a conoscere la persona. Allora ti accorgi che i libri non sono fatti solo di parole o immagini, percepisci tutta la passione, tutto l’impegno in ogni pagina, in ogni riga. Lo stesso vostro impegno e la stessa passione nel diffondere un messaggio educativo. Grazie.

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  2. Leggere le tre risposte di Emanuela è stato avere la conferma della splendida persona artista e professionista che ho incrociato recentemente. Un ‘incrocio’ che spero diventi conoscenza più approfondita e queste righe del vostro blog hanno lavorato in tale direzione. Per quanto riguarda i contenuti, li condivido profondamente. Noi in Fondazione PInAC, http://www.pinac.it, utilizziamo pennelli e matite tradizionali e pennelli elettronici (videocamera, computer ma non ancora la matita elettronica troppo costosa), per offrire a bambini e bambine la ‘tavolozza strumentale’ possibile per raccontare di loro stessi e del mondo, con l’aiuto di artiste e artisti che spaziano dall’analogico/materico all’elettronico. Ogni strumento offre opportunità speciali. Certo che per i piccoli il fascino del colore fisico e della materia che segna è giustamente un’occasione rivelatrice.

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