Noi e loro. Così diversi, così uguali.

Sei ragazzini in fila, seduti, vicinissimi. Due femmine, quattro maschi. Si trovano proprio davanti a me, alla fermata dell’autobus che li porterà a casa dopo una giornata di scuola. Tutti equipaggiati con smartphone e cuffie, ognuno chiuso nel proprio guscio protettivo, al riparo dal mondo esterno. Vicini ma ognuno per conto proprio.

Li guardo e scherzo: “Siete un vero spettacolo, vorrei scattarvi una foto”. Ridono, la vanità prevale e mi invitano a ritrarli. Rinuncio allo scatto, mi sembra già così triste, immortalarli sarebbe troppo, in fondo è il loro privato.

Rimettono le cuffie, resettando immediatamente. Quello scorcio di normalità – forse solo la mia normalità e non la loro – si dissolve in fretta. Tornano negli antri solitari, forse alcuni riprenderanno a “messaggiarsi” tra loro, pure essendo a contatto di giacca a vento. Si chiama comunicazione digitale, ma è difficile immaginare qualcosa che somigli ad una comunicazione, almeno secondo i canoni delle generazioni precedenti. Anche qui la lettura è soggettiva, deformata da un’idea di mondo in qualche modo datata. Tuttavia i danni della mia interpretazione sono temperati da discreti margini di autocritica, che mi terranno lontano del giudizio di valore. Ma non è una condizione comune, semmai un’eccezione, di norma la tentazione di irrompere prevale.

Tra le tante novità che nel corso dei secoli sono diventate causa di distanziamenti generazionali, scavando talvolta fossati tra genitori e figli, l’avvento del digitale è quello che più si presta a creare distanza tra di essi. I genitori solo di rado capiscono ciò che accade veramente ai ragazzi, mentre i figli vivono gli interventi degli adulti come effrazioni immotivate. La linea da cui si parte è troppo diversa. Il digitale è diventato un ambiente e l’ambiente modella la personalità, soprattutto dei nativi. Il problema nasce da una premessa impropria, facilmente reperibile nello sguardo degli adulti, secondo la quale gli oggetti digitali sono, appunto, semplici oggetti, che è possibile accendere e spegnere a comando senza lasciare tracce nella realtà o meglio senza che l’azione abbia alcuna influenza nella vita dei ragazzi. Un punto di partenza ingenuo, forse pericoloso, da cui discende una catena di comportamenti educativi che allontanano.

Il giorno dopo, di buon mattino, sono sul Frecciarossa in viaggio per Firenze, stavolta niente ragazzini, tutti adulti. Eppure il sapore non cambia. Ognuno sigillato nel proprio particolare, moltissimi, compreso il sottoscritto, alle prese con gli stessi oggetti informatici con cui 24 ore prima avevo visto armeggiare i ragazzini. Nessuno parla con nessuno. Eccolo il punto, ciò che non ci permette di intervenire, ciò che allarga la distanza. Le nostre contraddizioni. Non si può condurre un ragazzino dove non siamo in grado di andare.

Giusto domandarsi se esiste un rimedio, altrettanto onesto affermare che la risposta rischia di essere negativa. A meno che non si decida di ricominciare daccapo, riprendendo possesso del proprio ruolo educativo e accettando tre presupposti fondamentali. Il primo suggerisce di prendere atto che lo spazio entro cui esercitiamo lo sforzo educativo si è dilatato enormemente e che indietro non si torna. Il secondo dice che è indispensabile stare (voce del verbo stare) accanto ai bambini e ai ragazzi, perché con noi o senza di noi, in quegli spazi sconfinati, essi viaggeranno lo stesso. Infine, se noi adulti non cominceremo a fare i conti col rapporto che ci lega all’universo digitale, decidendo di segnare dei confini intelligenti, non saremo mai in grado di intervenire con delle scelte educative negli spazi dei nostri figli.

In campo educativo non esistono strade facili, non sono ammesse neppure contraddizioni, perché i ragazzi le smaschereranno togliendo ogni possibilità di scampo. A noi e, purtroppo, a loro.

2 pensieri su “Noi e loro. Così diversi, così uguali.

  1. Ciao,

    Senza nessuna retorica mi permetto di fare i complimenti per due osservazioni molto importanti:
    la prima, “Eccolo il punto, ciò che non ci permette di intervenire, ciò che allarga la distanza. Le nostre contraddizioni. Non si può condurre un ragazzino dove non siamo in grado di andare”; proprio così, non si può dialogare con una nuova generazione, rapida, abilissima a muoversi in un mondo immateriale e che ha allo stesso tempo così tanti risvolti nel mondo fisico: senza una presa di coscienza da parte degli adulti (anche e non solo come educatori) che serve conoscere per potersi mettere nella condizione di dialogare con i figli e solo da lì si potranno cambiare le condizioni al contorno, che al momento rendono poco probabile un cambio di rotta.
    La seconda: “Tra le tante novità che nel corso dei secoli sono diventate causa di distanziamenti generazionali, scavando talvolta fossati tra genitori e figli, l’avvento del digitale è quello che più si presta a creare distanza tra di essi”; credo rispecchi esattamente la realtà, il digitale per sua natura è il cambiamento più forte avvenuto finora, ma non è l’unico, infatti ho notato una perdita progressiva della capacità di essere context aware, coscienti dell’ambiente circostante, in casa e fuori (sono un pendolare da parecchi anni e di esempi ne avrei in abbondanza): il digitale ha generato le condizioni perché la distanza che stava progressivamente aumentando potesse fare un salto di diversi ordini di grandezza, facendo perdere la situazione di mano.

    Bene dunque l’introduzione dell’ora di codice nel scuole e in contemporanea una educazione per gli adulti, per dare loro gli strumenti di conoscenza e soprattutto capacità critica, cioè di discernimento, della realtà “aumentata” (fisica più digitale).

    Ciao

    Mattia

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  2. simona

    Domenica sera. Una carissima persona risponde alla mia precedente mail riguardo una questione molto privata e, almeno per me, importante. Argomento da gestire non attraverso il digitale. La sua risposta , contenuta in due righe, e’ schietta e nello stesso tempo sbrigativa, tanto da non ammettere replica. Stessa domenica, stessa sera. Dall’Argentina un’altra carissima persona vuole condividere con me un momento particolarmente bello, e mi invia , sempre con una mail, la foto sua insieme al figlio ventiseienne durante una giornata di pesca. Sullo sfondo un paesaggio fantastico. La foto e’ seguita da una descrizione dettagliata del posto, delle balene che popolano quel mare, del clima e di tanto altro. Due messaggi arrivati attraverso lo stesso mezzo e indirizzati alla stessa persona, suscitando in me emozioni e pensieri differenti. La tecnologia aiuta molto ed e’ indispensabile quando ci permette di trasmettere, a chi desideriamo, la giusta realta’ dei momenti e paesaggi particolarmente belli grazie all’immagine. Ma non esiste social in grado di descrivere il nostro stato d’animo. Nonostante i progressi tecnologici contemporanei in continuo avanzamento e perfezionamento, a volte, la comunicazione verbale e’ indispensabile affinche’ il messaggio arrivi chiaro e diretto al cuore delle persone. Ha ragione il Dott. Barrila’, in campo educativo non sono ammesse contraddizioni, potrebbero screditare noi genitori. Mi permetto solo di aggiungere che questo dovrebbe valere anche tra gli adulti.

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