La polizia di Topolino

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immagine dal sito meetcircle.com

Con un post sul blog ufficiale della Walt Disney Company è stata presentata quella che, nelle intenzioni dei creatori, dovrebbe rappresentare una rivoluzione nella gestione dei rapporti tra genitori, figli e internet.

Circle with Disney è un dispositivo che si colloca a metà strada tra il modem/router wifi e il dispositivo con cui ci si connette alla rete, sia esso un computer, un tablet o uno smarthpone, e permette ai genitori di controllare in maniera pressoché totale le modalità di utilizzo della rete.

Tramite questo piccolo strumento e l’applicazione per cellulari collegata è possibile infatti

  • impostare un tempo massimo dopo cui staccare la connessione
  • impostare orari della giornata in cui impedire la connessione
  • oscurare particolari tipologie di siti o siti specifici
  • rendere accessibili solo specifici siti lasciando inaccessibile il resto della rete
  • accedere (a pagamento, naturalmente) a una sezione con contenuti “curati” da Disney e dedicati ai più piccoli

Tutte queste operazioni possono essere svolte per ogni utente, permettendo di definire in maniera puntuale cosa, come e quando ogni singolo figlio può fare quando è collegato alla rete internet di casa.

Apparentemente una grande invenzione, in grado di mettere al riparo i bambini dagli aspetti più pericolosi di internet senza dovergli stare con il fiato sul collo affiancandoli continuamente mentre usano dispositivi connessi.

L’impressione, però, è quella di una specie di stato di polizia virtuale, dedicato a chi vuole abdicare la funzione educativa lasciando il bambino libero di vagare in un recinto molto stretto. Un po’ come quando si mettono i bambini piccoli dentro il box con qualche giocattolo perché non disturbino.
Ogni tanto mezz’ora di box serve anche ai genitori per tirare il fiato, ma una cosa pensata per essere una piccola occasione di relax genitoriale non può diventare un modello educativo da stendere come un telo su un elemento, come quello dell’esperienza online, sempre più centrale per la formazione dei bambini.

Abbiamo più volte trattato su questo blog, e certamente non smetteremo di farlo, il tema dell’approccio responsabile alle tecnologie. Per quello che ci sembra di vedere Circle si muove nella direzione opposta, quella del limite imposto “per legge”, del muro alzato, ma i muri, lo insegna la Storia, aumentano solo la voglia di scavalcarli. Se proprio dobbiamo immaginare qualche forma di sbarramento, lo preferiremmo “mobile”, dinamico, violabile, non un confine invalicabile stabilito a priori da arcigne guardie di frontiera e applicato allo stesso modo a tutti i viaggiatori, a prescindere dalla loro specificità.

Se vogliamo che i nostri figli sviluppino un rapporto sano con le tecnologie dobbiamo avere il coraggio di giocare in campo aperto, mettendoci di fianco a loro, “navigando” insieme a loro con pazienza e attenzione, spiegandogli di volta in volta perché è meglio non visitare quel determinato sito, o perché è meglio pensare con attenzione a quello che condividiamo con gli amici su Whatsapp.

Si potrebbe obiettare che Circle si rivolge ai bambini piccoli, ma è proprio da piccoli che si forma lo stile di vita, e oggi non è ancora troppo tardi per rendersi conto che le tecnologie non sono più un’eccezione, ma sono ormai una componente fondamentale dell’ambiente in cui si muovono i nostri figli e per adeguare i gesti quotidiani dell’educazione a questa consapevolezza.

8 pensieri riguardo “La polizia di Topolino

  1. Un paio di mesi fa, con mia moglie, abbiamo deciso di attivare i controlli temporali sul computer che usa nostro figlio piccolo (ha iniziato la prima media).
    Piano di utilizzo:
    – da lunedì a giovedì: 18:00 – 21:00 (prima compiti, gioco, cena, a letto);
    – venerdì: 17:00 -22:00 (il sabato non c’è scuola);
    – sabato e domenica: dalle 14:00 del sabato alle 21:00 della domenica (accesso libero, orari da concordare).
    Razionalità, organizzazione, programmazione…

    Poi però:
    – a volte hai voglia di giocare prima di fare i compiti (mezz’ora, dai, ci sta)
    – gli orari degli altri amici sono diversi dai tuoi (perchè il gioco non è così in solitaria come si crede, ma è stra-di-gruppo);
    – il computer è implacabile (chiude il gioco sempre sul più bello);
    – le incazzature, le recriminazioni, gli scazzi sono costanti;
    – le richieste (e le negoziazioni) per spostare gli orari, per adattarli, modificarli, allungarli sono continui… e sotto a riprogrammare: password, orari nuovi, orari nuovi, password!

    Insomma la soluzione si è rivelata insostenibile, conflittuale, stressante.
    Abbiamo tolto tutto.

    La mia idea sarebbe quella di imparare a giocare a Minecraft così entro in quel mondo dal quale mi sento escluso (ma mio figlio si diverte, e poi usare il gioco per lavoro, qui ritorna a far capolino la razionalità strumentale, evviva!).
    La realtà è che con qualche richiamo ripetuto, qualche urlata, un po’ di elasticità (e qualche no secco, un filo meno di ansia, qualche istruzione in più su come essere vispi su internet) più o meno ce la caviamo.
    In ogni caso stiamo a vedere.
    🙂

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    1. Molti anni fa – almeno una ventina, direi – durante l’estate andavo al GREST.
      Mi ricordo che un giorno un “educatore”, per sancire la fine della pausa pranzo, staccò la spina del videogioco cui stavo giocando al bar.
      Resta uno dei ricordi più remoti che ho, mi disse molto degli educatori e degli oratori che, come è facile intuire, di lì a poco smisi di frequentare.
      Non sono pregiudizialmente contro ai limiti, ci mancherebbe. Credo, anzi, si tratti di una dimensione che tutti dobbiamo sperimentare.
      Ma credo anche che la realtà sia più complessa e richieda l’elasticità di cui parli. Più faticoso, probabilmente, ma in prospettiva vedo frutti decisamente più succosi.
      E, magari, qualche apprendimento imprevisto! 😉

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  2. Ciao,

    Mi trovo d’accordo con l’analisi fatta, in particolare ritengo pericoloso l’utilizzo di una tecnologia di blocco come strumento di controllo totale delle attività in rete dei più piccoli: è necessaria una educazione alla tecnologia, che deve partire dal nucleo famigliare, eventualmente coadiuvata poi da alcune restrizioni nella navigazione, ma sempre cum grano salis.
    In generale, dunque, lasciare a un oggetto fisico (e a una labile politica aziendale, supportata anche dal marketing) il compito totale di tenere i figli “al sicuro”, ritengo che si riveli poco lungimirante e con pericoli sotto il tappeto: mi riferisco infatti a un “effetto salva la vita Beghelli”, uno strumento decisamente utile, ma che non sostituisce minimamente la responsabilità del parente a una cura costante della persona.

    Credo infatti che valga la stessa regola d’oro per “surfare” in rete in modo sicuro, a qualsiasi età, ma anche per evitare le infezioni del pc; il miglior antivirus per un computer è l’essere umano: responsabile, attento e che comprende l’oggetto che sta utilizzando, soprattutto il mondo virtuale nel quale si muove; solo allora entrerà in gioco il software antivirus.

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    1. Mattia, inutile dirti che condivido in pieno quello che dici.

      Ci sono due pensieri che mi vengono leggendo il tuo commento:

      • come dicono le persone che si occupano di assistenza tecnica, nel 99% dei casi il problema di un computer si trova tra lo schermo e la sedia. Brutale ma chirurgico nel definire come l’uso “inconsapevole” delle tecnologie produca a cascata effetti negativi. Ecco, con tutta la buona volontà fatico a vedere in questi sistemi dei generatori di apprendimento.

      • le società che creano questi prodotti non sono ONLUS, e il fine ultimo di Circle mi sembra più che altro quello di vendere abbonamenti ai contenuti “sicuri” forniti da Disney.

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  3. Luciano, stabilire cosa venda la Disney non è un lavoro da nulla.
    Intrattenimento?
    Sicurezza (rassicurazione sociale)?
    Tempo per i genitori?
    Disimpegno genitoriale (supporto genitoriale)?
    Tecnologia che facilita il consumo di tecnologie?
    Un mondo (dipendenza)?
    E non è detto che arrivare (apparentemente) tardi sul mercato sia una scelta sbagliata.

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    1. Vero, probabilmente un po’ di tutto questo.
      Scoprire chi ti stia vendendo cosa (in senso stretto, certo, ma anche in senso lato) è una delle competenze alla base dell’utilizzo consapevole della rete.
      Disney, tra l’altro, non è neanche l’impero del male, e il fatto che cerchi di vendere qualcosa va benissimo. L’importante è esserne consapevoli.

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  4. Ho sempre avuto difficoltà’ a limitare l’ uso del computer e della televisione ai miei figli, specialmente al secondo. Mio malgrado, esasperata dalla sua continua disobbedienza, confesso che ho dovuto ricorrere a strategie che neppure io, come genitore, condividevo. Per esempio ho tolto l’audio alla televisione, fingendo un guasto, piu’ volte ho disattivato il computer con la stessa motivazione. Questo dopo trattative estenuanti, discussioni a non finire. Non è stato facile, ancora oggi me ne pento, ma in quel periodo, dopo averle provate tutte, mi sono arresa a questo falso gioco. Tu, Luciano, me lo hai ricordato quando raccontavi l’episodio che ti è’ successo all’oratorio durante il grest estivo. Ora mio figlio ha ventidue anni ed è padre di una bimba di un anno. Ha gia’ imposto alla piccola le sue regole. La televisione bandita quasi completamente, così come le bibite. Bandito anche il cellulare della mamma o dei nonni, se la bimba lo vuole per giocarci glielo vieta immediatamente. Naturalmente ha gia’ deciso, senza fare i conti con l’oste, come e quando la figlia, in un lontano futuro, potrà uscire con le amiche, come si dovrà’ vestire e così via…….questo per spiegare quanto le situazioni cambiano radicalmente quando si guardano da prospettive diverse. I figli che hanno sempre contestato le regole, ora, diventati genitori, quelle stesse regole le fanno proprie e le riversano ai loro figli. Non so, ma, io credo che non sia facile trovare la soluzione giusta, che sappia accontentare tutti, con il rischio, magari, di esasperare i ragazzi ed ottenere così l’ effetto indesiderato. Anche questo mio pensiero è visto da un’altra prospettiva. Quella da nonna.

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    1. Grazie Simona,
      sono d’accordo quando dici che trovare la soluzione giusta non sia facile.
      Ti dirò di più, non sono neanche certo che la “soluzione giusta” esista davvero.
      L’impressione che ho io, e che un po’ ho confermato leggendo i commenti a questo articolo, è che il rapporto tra genitori, figli e tecnologie sia materia viva, che cambia di giorno in giorno sulla base delle specificità degli attori in gioco.

      Il trucco, io credo, è quello di non smettere mai di avere dubbi, mantenendo l’elasticità necessaria ad adattare le proprie teorie alla realtà.

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